BRUNO BUOZZI.
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SCRITTI DELL'ESILIO.
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1959. Opere nuove Editore, ROMA.
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A cura di: Alessandro Schiavi.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Paolo Oliva per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice.
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COME  NATO E COME FUNZIONA IL SINDACALISMO FASCISTA.
IL DOPOGUERRA.
IL NOSTRO COMPITO.
COME SI RISPONDE ALLE MANOVRE DEL FASCISMO.
UNA NOBILE LETTERA DEL SEGRETARIO DELLA CONFEDERAZIONE DEL LAVORO.
PER LA VERIT E PER LA STORIA.
A PROPOSITO DI DUE SCRITTI DI GAETANO SALVEMINI E DI PIETRO NENNI.
L'UNIT SINDACALE IN ITALIA.
LA LIBERT SINDACALE.
DUE PESI E DUE MISURE.
LA CORRETTEZZA ESTREMA DEI DIRIGENTI CONFEDERALI.
NIENTE DUNQUE BASSI INTRIGHI.
SINISTRA, DESTRA... E CENTRO.
COSA SEPPE FARE LA C.C.D.L.
Una lettera di Pietro Nenni: AD OGNUNO LE SUE RESPONSABILIT.
L'ATTENTATO DI BRUXELLES E IL CALVARIO DELL'EMIGRAZIONE ITALIANA.
L'EMIGRAZIONE.
LA REGOLAMENTAZIONE DELLA MANO D'OPERA STRANIERA.
LA CONFEDERAZIONE DEL LAVORO ITALIANA IN DIFESA DELLA MANO D'OPERA STRANIERA.
CAMILLO PRAMPOLINI.
LA GIOVINEZZA.
VERSO IL SOCIALISMO.
PADRE E FIGLIO DI FRONTE.
L'ORATORE.
IL GIORNALISTA.
L'EDUCATORE DEI CONTADINI.
L'EDUCATORE SINDACALE.
L'EDUCATORE COOPERATIVO.
COME EDUC ALLA SOLIDARIET.
UNA RIUNIONE DEL CONSIGLIO DIRETTIVO DELLA CONFEDERAZIONE GENERALE DEL LAVORO.
LE COMUNICAZIONI.
PROPAGANDA IN ITALIA E ASSISTENZA AGLI EMIGRATI.
I RAPPORTI CON LA F.S.I.
PROPOSTA DI UN CONVEGNO DI EMIGRATI.
IL PENSIERO DEL COMITATO ESECUTIVO.
LA DISCUSSIONE.
L'ANNUALE PROCESSO AL SINDACALISMO FASCISTA.
LA SPIRITUALIT FASCISTA  ANCORA DA CREARE.
LA RELAZIONE CONFEDERALE.
IL SINDACATO FASCISTA DIPENDE DALLO STATO.
INSEGNANTI E INSEGNAMENTO AL SERVIZIO DEL PARTITO.
DALLA FALCIDIA DEI SALARI ALLA LOTTA CONTRO I CATTOLICI.
L'ORDINAMENTO CORPORATIVO NON SI PU DISCUTERE.
I FASCISTI A GINEVRA.
IN PIENO RIDICOLO.
PERCH SONO SCAPPATI.
IL SINDACATO E LO STATO.
MENTRE LA REAZIONE E IL FASCISMO INFURIANO CONTRO IL MARXISMO.
UN MAESTRO DI VITA E DI MORALE.
LA MONTAGNA HA PARTORITO IL TOPO.
FARE E DISFARE  TUTTO UN LAVORARE.
UNA CONVENZIONE DA BURLA.
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FINE Indice.
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COME  NATO E COME FUNZIONA IL SINDACALISMO FASCISTA (1).
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Marted, per iniziativa dell'Unione Giornalisti Italiani "Giovanni Amendola", Bruno Buozzi ed Alceste De Ambris tennero, di fronte ad un affollato ed attento uditorio, l'annunciata conferenza sul sindacalismo fascista.
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Il sindacalismo fascista - cominci a dire il segretario della Confederazione del Lavoro - non ha nulla di comune col sindacalismo classico, espressione della volont dei lavoratori;  una macchina per incassare quote, sostenuta per fare lo spionaggio nelle fabbriche, nei campi, negli uffici e nelle aziende, e come tale pu essere considerato immeritevole di una lunga trattazione. Per giudicarlo per definitivamente conviene esaminarlo dalle sue origini nei confronti di tutta la vita sindacale italiana del dopoguerra.
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IL DOPOGUERRA.
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A contendersi il proletariato italiano, nell'immediato dopoguerra si trovarono quattro organizzazioni: la Confederazione generale del Lavoro, l'Unione Italiana del Lavoro dei sindacalisti interventisti, l'Unione Sindacale Italiana dei sindacalisti neutralisti e la Confederazione bianca (cattolica) dei lavoratori. La Confederazione del Lavoro, per il suo passato e perch rimasta contraria alla guerra, si trov ad avere da sola un numero di soci superiore a quello di tutte le altre organizzazioni riunite, e pronta ad affrontare le battaglie d'insieme che la misero in prima linea fra le consorelle d'Europa. Alcuni dei suoi contratti di lavoro rimangono tuttora modelli insuperati. Pi di una delle sue conquiste si trova allo stato di aspirazione in molti paesi.
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Fino all'occupazione delle fabbriche pertanto il sindacalismo fascista non esisteva. Mussolini sosteneva l'Unione Italiana del Lavoro, ma non combatteva la Confederazione del Lavoro. L'occupazione delle fabbriche - che, secondo il Buozzi, doveva avere uno sbocco politico, e non l'ebbe per l'incertezza del Partito Socialista - convince Mussolini - fino ad allora repubblicaneggiante e reclamante le pi audaci riforme - a diventare decisamente reazionario. Rossoni lo segue e pensa al sindacalismo misto. La trovata non aveva che uno scopo: garantire al movimento rossoniano i fondi necessari per il suo funzionamento, fondi che i lavoratori gli negavano.
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Per, malgrado i fondi dei padroni e il manganello fascista, fino alla marcia su Roma il sindacalismo fascista non ebbe, fra i lavoratori, alcun seguito. Fra gli stessi imprenditori era riuscito a conquistare solo i gruppi pi reazionari.
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La marcia su Roma mise lo scompiglio fra gli imprenditori. Dopo alcuni mesi la Confederazione Generale del Commercio pass in blocco al fascismo. La Confederazione dell'Agricoltura si scisse e buona parte di essa ader al fascismo. L'altra parte resistette fino al febbraio 1924. Delle grandi organizzazioni padronali, la sola a resistere fu la Confederazione Generale dell'Industria. Gli industriali sovvenzionavano il fascismo, ma, perfettamente convinti che la massa operaia era decisamente antifascista, esitavano a mettere la loro organizzazione ufficialmente a fianco del fascismo.
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Nel novembre 1923, il Gran Consiglio Fascista intervenne solennemente, riconoscendo che la maggior parte delle forze industriali era raggruppata nella Confederazione dell'Industria, che pertanto non c'era ragione di essere scissi e di compromettere l'azione di questo organismo, ma esigendo che la Confederazione dell'Industria riconoscesse i sindacati fascisti. Tale intervento dest, fra gli industriali, non poche preoccupazioni. Intanto, le elezioni delle commissioni interne davano ovunque la stragrande maggioranza alle organizzazioni confederali. E in molte localit gli industriali, pur non discutendo colle organizzazioni confederali, respingevano anche quelle fasciste, e discutevano colle commissioni interne, cio colle rappresentanze delle organizzazioni confederali.
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Il 19 dicembre Mussolini chiama a Palazzo Chigi una larga rappresentanza della Confederazione dell'Industria e dei sindacati fascisti ed impone una deliberazione colla quale si afferma la necessit della collaborazione e si nomina una commissione incaricata di lavorare "perch la azione sindacale si sviluppi secondo i princip direttivi enunciati dal Capo del Governo". La commissione nominata a Palazzo Chigi non fa nulla. Durante tutto il 1924 le vertenze fra capitale e lavoro continuano ad essere dominate dalle organizzazioni aderenti alla Confederazione del Lavoro.
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Nel marzo 1925 i sindacati fascisti inscenano un'agitazione dei metallurgici, ma gli operai in Lombardia, nel Piemonte e nella Venezia Giulia scioperano solo quando lo ordina la F.I.O.M. e riprendono il lavoro solo quando lo ordina la F.I.O.M. Lo scandalo  enorme. Occorre farla finita. Il 5 ottobre Mussolini impone il Patto di Palazzo Vidoni, col quale la Confederazione dell'Industria e la Confederazione dei sindacati fascisti si riconoscono come le sole rappresentanti degli industriali e degli operai. E poich si teme che, malgrado tale impegno, le vecchie organizzazioni riescano egualmente ad assistere gli operai, il 26 novembre esce la legge poliziesca che sottopone le associazioni di ogni genere al controllo della polizia.
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Tutto ci non induce gli operai ad aderire ai sindacati fascisti. E siccome esigenze morali hanno imposto la separazione dei sindacati padronali da quelli operai, la cricca rossoniana non pu continuare a vivere del contributo dei padroni; e il Governo interviene colla legge sindacale. Con essa viene garantita l'esistenza della Confederazione dei sindacati fascisti, ma viene tolta agli operai qualsiasi libert sindacale.
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La Carta del Lavoro ribadisce le catene. Ma poich un'organizzazione, comunque imbrigliata, pu procurare delle sorprese, occorre premunirsi. Il Ministero delle Corporazioni viene costituito perch, in accordo coi prefetti, controlli e sorvegli il funzionamento dei sindacati, e quando la crisi provocata dalla rivalutazione richiede l'intervento dei sindacati, il regime fascista li taglia fuori, e affida l'incarico di esaminare le condizioni dei lavoratori e di falcidiare i salari ai comitati intersindacali. Conclusione: il sindacalismo fascista  una truffa all'opinione pubblica;  nato in virt del finanziamento dei padroni;  cresciuto e vive perch lo ha imposto il regime.
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IL NOSTRO COMPITO.
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Rimarr sempre quale  oggi? La risposta non  facile. Un'organizzazione, comunque costituita, tosto o tardi reclama di essere democratizzata. Passata l'ubbriacatura della cosidetta rivoluzione fascista, anche i fascisti saranno portati a reclamare che il loro sindacato sia qualcosa di pi di ci che  ora.
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Gli operai fascisti giurano sul genio di Mussolini, ma cominciano a reclamare una maggiore libert di discutere dei loro interessi e del funzionamento dei loro sindacati. Si parla gi di concedere agli iscritti ai sindacati di eleggere i loro dirigenti.
I sindacalisti classisti devono seguire attentamente gli avvenimenti per sfruttarli ai loro fini. Ogni malcontento deve essere rilevato. Molti operai classisti sono forzatamente iscritti ai sindacati fascisti. L'azione di critica e di demolizione del sindacalismo fascista si compie, finora, solo dal di fuori.  difficile dire se e quando essa potr compiersi anche all'interno. Occorre vigilare e lavorare per il sindacato indipendente da partiti e da governi, libera espressione della volont e degli sforzi del proletariato.
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COME SI RISPONDE ALLE MANOVRE DEL FASCISMO.
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UNA NOBILE LETTERA DEL SEGRETARIO DELLA CONFEDERAZIONE DEL LAVORO (2).
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Qualcuno si era incaricato in questi giorni di far sapere a Buozzi che il suo ritorno in Italia sarebbe stato non solo possibile, ma desiderato dagli stessi uomini del Governo. A queste avances il compagno nostro ha risposto colla seguente lettera - un documento di nobilt e di fierezza che noi ci onoriamo di pubblicare:
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Parigi, 26 febbraio 1929
Carissimo ...
... ti avr gi comunicato i risultati negativi della sua missione e ti avr certamente detto che non ho la minima intenzione di modificare comechessia il mio atteggiamento nei riguardi del fascismo. E se oggi - finalmente ristabilito da una noiosa indisposizione - mi decido a scriverti,  per due ragioni: 1) perch la stima che ho di te e la nobilt con cui  redatta la tua lettera meritano particolare riguardo; 2) perch desidero riassumerti - e non soltanto per te! - il mio preciso pensiero sulla situazione italiana.
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Tu sai che io non ho mai creduto alla possibilit di una pacificazione e tanto meno di una collaborazione - anche solo tecnica - fra fascismo e antifascismo od afascismo. Il fascismo  totalitario per definizione; forse per ragioni di vita, certo in gran parte per il temperamento del suo capo, che io credo di conoscere bene. Dai galantuomini, Mussolini  sempre stato disposto ad accettare la collaborazione [a condizione che si rassegnassero a dargliela] servilmente. Mussolini, ad esempio, intese sempre la pacificazione con la Confederazione Generale del Lavoro nel senso che questa si trovasse nei sindacati fascisti, cio scomparisse. Perci io non volli partecipare alle trattative del 1922 per il noto e infruttuoso patto di pacificazione stipulato fra socialisti e fascisti.
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Perci, nei giorni della marcia su Roma, dissentii da Baldesi quando si dichiarava disposto a sacrificarsi sull'inesistente altare della pacificazione. Perci, immediatamente dopo la marcia su Roma, pronunciai alla Camera dei Deputati un discorso ("La riscossa plutocratica") rigidamente antifascista. Perci, nel 1923, nei noti colloqui avuti da alcuni dirigenti confederali con alcuni emissari di Mussolini, e poi con Mussolini, sostenni che, se si voleva pacificare l'Italia, non c'era che una via da scegliere: ridare ad essa la libert e por fine ad ogni violenza. [Perci, nel marzo 1926, a un emissario di Federzoni, ripetei le stesse dichiarazioni e scrissi che il fascismo era destinato a vuotare fino in fondo il calice dell'intemperanza e del totalitarismo]. Perci, fin dall'epoca della marcia su Roma, mi convinsi che il fascismo non avrebbe potuto tollerare l'esistenza di organizzazioni politiche e sindacali che non fossero interamente sue o servissero ai suoi fini. Perci, assai prima della mia nomina a segretario della Confederazione, sostenni che quando questa fosse stata messa nella impossibilit di funzionare, avrebbe dovuto trasferirsi all'estero, sia pure per vivere solo simbolicamente. Perci - e per altro che ti dir pi avanti - sono in esilio.
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A parte le personali convinzioni di ciascuno di noi,  indubbio che la vita sociale del nostro paese attraversa un periodo di trasformazione che non si sa, nemmeno da parte di coloro che ne sono i principali attori, dove come e quando avr fine.  del pari indubbio - come giustamente mi scrivi - "che la fase attuale non pu essere che di transizione e che, per molti sintomi, coloro stessi i quali tengono in pugno, e fortemente, il nostro Paese, hanno pressappoco la stessa convinzione". Il fascismo ha eliminato ogni opposizione ed ha in pugno tutto; ma questo tutto, per il modo con cui  stato conquistato,  evidente che rappresenta la sua intima debolezza. E quando mi dici che "vi , sia pure allo stato intenzionale, una specie di infinito desiderio o bisogno di trovare una sistemazione definitiva a questa situazione, l'equilibrio della quale non pu essere eternamente affidato alla forza", io posso anche crederlo malgrado il prossimo plebiscito - il quale deve dare 400 deputati fascisti al 100 per 100 - abbia tutta l'apparenza di voler dimostrare il contrario.
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Per, quando si parla [parli] di tentativi seri di assestamento per colmare "l'abisso da cui  diviso oggi il popolo italiano", e si indica [indichi] fra tali tentativi anche quello di mettere qualche uomo che gode "popolarit" e "prestigio" in condizione "di poter dare affidamento alla gente del lavoro che qualcosa di buono si intende fare per essa, e non solo sulla carta", io - per temperamento corazzato contro ogni lusinga, sia essa onesta o interessata - ho una sola risposta da dare. Questa: che il problema della sistemazione del nostro Paese supera di gran lunga la mia persona, cos come supera la persona di Turati (Filippo) o di altri pi eminenti di lui e pi di lui nel cuore degli italiani, se ve ne fossero.
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Io intendo perfettamente il tormento di quanti, galantuomini pari tuo, cercano una soluzione che possa permettere ad altri galantuomini di servire nel migliore modo il loro Paese, ma ti prego di riflettere che la soluzione che cerchi non pu essere trovata attraverso trattative o patteggiamenti di persone. Le trattative [di cui ti ha parlato il tuo amico sono assurde. Trattative] di carattere politico sono possibili solo fra forze che hanno la stessa possibilit di manifestarsi liberamente, e non quando una di esse  in completa bala dell'altra.
Trattative di carattere politico sono possibili solo fra due forze che, in caso di mancato accordo, possono riprendere ciascuna la propria libert senza che una di esse possa essere ridotta al pi umiliante silenzio dall'altra.
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Quando insomma c' una forza che pu concedere graziosamente e togliere a suo libito, e quando, in caso di conflitto, una di tali forze pu essere relegata in carcere o al domicilio coatto senza che abbia neppure la possibilit di far conoscere la pi misurata delle sue proteste, le trattative sono peggio che una irrisione.
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E c' dell'altro. Ammesso pure - e non concesso - che si accettassero delle trattative, e che il governo fascista, veramente compreso della necessit di una sistemazione, facesse le pi larghe concessioni,  intuitivo che queste, per il solo fatto di essere state discusse e concesse ad hominem, perderebbero, a priori, qualsiasi efficacia.  pure intuitivo che chiunque ottenesse per s ci che viene rifiutato ad altri, finirebbe, per questo solo fatto, per perdere inesorabilmente e giustamente tutto il prestigio che gode. Guarda cosa  accaduto al gruppo Rigola. Anzich chiedere, nel modo strettamente burocratico voluto dalla legge, il consenso di costituire la sua associazione e di pubblicare la sua rivista, ha voluto trattare e patteggiare ed ha finito per essere considerato fascista o fiancheggiatore del fascismo e per svalutato prima ancora di iniziare la sua opera. D'altra parte, io mi sentirei il pi spregevole degli italiani se, nella mia qualit di Segretario della Confederazione, pi ancora che di antifascista, discutessi ed ottenessi per me una libert che non  concessa agli altri italiani.
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Io non ammetto, dunque, neppure in ipotesi, trattative personali e concessioni ad hominem. Per me, al fascismo, non ho nulla da chiedere. La nostalgia della patria tortura l'animo mio e quello di molti altri, ma il problema - ripeto - supera le persone. "L'uomo dabbene - diceva Platone - per quanto maltrattato dalla patria, conserva eternamente nel cuore un intercessore per lei, e cerca le occasioni di riconciliarsi con essa e di servirla". Ma nelle condizioni attuali credo profondamente di servirla meglio qui, piuttosto che a Roma o a Torino per graziosa concessione del fascismo. E sento che la tradirei se la considerassi attraverso la mia persona, invece che in tutta la sua entit. Poesia? E sia pure. Non  colpa mia se oggi, in Italia, non  possibile fare della politica intesa nel senso pi nobile della parola.
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In ci, bada bene, non vi  ombra di rimprovero per i rimasti in Italia. Un popolo non pu tutto emigrare. E talvolta io considero veramente eroico chi, restando in Italia, non aderisce al fascismo. Per, chi ha raggiunto - meritatamente o no - una certa notoriet e il posto che ho raggiunto io, ha dei doveri particolari. Dopo l'attentato di Bologna e l'emanazione delle leggi eccezionali, il segretario della Confederazione Generale del Lavoro aveva da scegliere fra queste vie: o ritirarsi a vita privata; o continuare a lavorare senza deflettere, colla certezza di essere relegato in un carcere o in un'isola; o prendere la via dell'esilio per non rimanere inattivo un numero imprevedibile di anni. Se avessi potuto prevedere alcuni anni - tre o quattro - di relegamento, li avrei affrontati, non dico a cuor leggero, ma serenamente. Ma le previsioni sulla sistemazione italiana erano allora, come ora, impossibili.
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Non pensare che, dicendo ci, io creda alla apparente e vantata potenza del fascismo e alla sua perennit. Affatto. Io considero sempre il regime fascista come un regime anacronistico per i nostri tempi, e penso che verr forse un giorno in cui nessuno oser assumere le sue difese. Esso - almeno per me -  un castello costruito sulla sabbia, un colosso dai piedi d'argilla. Potr resistere dei decenni, ma, se non si trasformer profondamente - e dubito che riesca a farlo - croller quando meno il mondo se l'aspetta. L'ho gi scritto ad altri e lo ripeto anche a te. Esso  czarismo e secondo impero insieme. Il regime czarista sembrava pi solido del mondo, e cadde ingloriosamente, come nessun regime cadde mai, senza lasciare alcun rimpianto. Il secondo impero cerc di conquistare l'animo dei francesi con una proluvie di leggi paternalistiche di ogni genere, con leggi eccezionali che vengono pedissequamente riprodotte dal regime fascista, con un plebiscito in tutto uguale a quello che avr luogo il mese venturo in Italia, e con un insieme di opere pubbliche (strade, ponti, sventramenti e rinnovamenti di citt) da fare invidia a quelle del regime fascista, eppure cadde anch'esso come un castello di carte, ed oggi non c' un francese - anche antidemocratico e realista - che rimpianga Napoleone il piccolo.
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Credi pure che non si tratta di dare affidamento alla gente che, per essa, si vuol fare qualche cosa di serio. Senza libert non c' pi concessione che abbia valore. Non  un mistero per alcuno che gli imprenditori italiani non si sono mai sentiti lontani dai loro dipendenti come ora che si parla tanto di collaborazione. Qualunque concessione facciano, essi sentono che viene considerata infinitamente meno di quanto venivano considerate quelle che facevano alle nostre antiche organizzazioni. E non pu essere che cos. Oramai un popolo civile pu accettare una dittatura solo se abbia per presupposto la soppressione del capitalismo. Oramai, in regime capitalistico, nessuna forza umana riuscir pi a persuadere un popolo che, senza libert, pu esistere una giustizia sia pure relativa. Io seguo attentamente quei disgraziati che redigono Il Lavoro Fascista, costretti ogni giorno a fare l'elogio del regime ed a piagnucolare, contemporaneamente e quotidianamente, che i datori di lavoro continuano a godere una libert ed una autonomia che i lavoratori non godono pi.
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Come vedi, dunque, quando dico che esiste ben altro che un problema di persone, lo dico a ragion veduta e scevro da ogni spirito fazioso. E per concludere, se si vuole sistemare il nostro Paese, non c' che una via: ridare agli italiani la libert; consentire agli italiani, per diritto e non per graziosa concessione, di manifestare liberamente il loro pensiero. Fino a quando ci saranno leggi eccezionali, fino a quando ci sar il Tribunale speciale, fino a quando ci sar il domicilio coatto, fino a quando non ci sar libert di stampa, di riunione e di parola,  follia pensare ad una qualsiasi sistemazione che non sia basata sulla forza.
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Gli italiani, sottoposti per dei secoli a dominazioni straniere di ogni genere e nazionalmente uniti da appena sessant'anni, non brillano certo per carattere e coraggio civico. Per, la stessa passivit di cui danno prova  gi di buon auspicio. Essa umilia soprattutto chi la impone, mentre l'opposizione onora ovunque quelli stessi contro cui si rivolge. Chi non intende ci non sar mai vero uomo di Stato, anche se pi potente di Mussolini.
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In quanto a me, il giorno in cui riterr utile il mio ritorno in Italia - e non  detto che sia molto lontano - ci ritorner senza chiedere nulla ad alcuno e senza trattare con alcuno, correndo naturalmente l'alea di tutti i pericoli inerenti.
BRUNO BUOZZI.
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PER LA VERIT E PER LA STORIA.
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A PROPOSITO DI DUE SCRITTI DI GAETANO SALVEMINI E DI PIETRO NENNI.
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"Non i soli comunisti, ma anche parecchi socialisti e repubblicani mi sembra nascondano nel fondo del loro cuore una viva simpatia per il sindacalismo fascista. Ci che essi detestano in esso non  la mancanza di libert, ma solo il fatto che la libert vi sia confiscata a profitto del partito fascista anzich a profitto dei loro partiti. Se si mettessero al posto dei ventimila segretari fascisti, ventimila segretari comunisti, socialisti o repubblicani, il sindacalismo fascista diventerebbe sacro e inviolabile. Beninteso per il solo partito che riuscisse a controllarlo".
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(Gaetano Salvemini, intervista pubblicata su L'Italia del Popolo, organo del Partito Repubblicano Italiano).
"Nell'agosto 1923 la questione della collaborazione tecnica fu oggetto di una discussione al Congresso della Confederazione del Lavoro". (Nel 1923 la Confederazione non convoc il Congresso, ma il Consiglio Nazionale). "Il segretario generale diede conto della sua visita a Mussolini. Sulla questione della collaborazione, egli afferm che non si trattava di collaborazione politica, ma tecnica, cio sotto forma di partecipazione ai corpi consultivi dello Stato ed a tutte le organizzazioni ove si discutevano i problemi del lavoro e della produzione. L'ordine del giorno fu votato dalla maggioranza; la minoranza si oppose a tutte le collaborazioni e reclam le dimissioni del Consiglio. Questa politica, che fu, da una parte e dall'altra, una politica di inganno, non diede alcun risultato pratico. In effetto la logica superiore ai bassi intrighi trascinava le cose e le istituzioni verso il loro vero destino, che era la lotta aperta".
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(Pietro Nenni, studio su "La faillite du syndicalisme fasciste", pubblicato su "Cahiers bleus" di Georges Valois, 27 luglio 1929).
Non abbiamo bisogno di dire che le parole surriportate hanno prodotto - e non soltanto in noi - la pi penosa delle impressioni. L'esperienza del passato, la posizione in cui ci troviamo tutti, il desiderio di approfittare di questa esperienza e di questo passato dovrebbero consigliare a tutti la massima obiettivit e serenit. Purtroppo, invece, questa dannata vita di esilio riesce talvolta a giuocare dei brutti scherzi persino agli ingegni pi eletti ed ai combattenti pi disinteressati. Ma poich il nostro silenzio potrebbe essere interpretato come assentimento sentiamo il dovere di intervenire colla massima franchezza, anche in omaggio all'alta stima che abbiamo per Gaetano Salvemini e all'amicizia fraterna che ci lega a Pietro Nenni.
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L'UNIT SINDACALE IN ITALIA.
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Che qualche socialista o repubblicano sia animato dai sentimenti liberticidi di cui parla Salvemini, pu darsi. Ogni corrente politica ha sempre qualcuno che vi aderisce per isbaglio. Ma che fra gli antifascisti siano numerosi i socialisti o i repubblicani che amerebbero confiscare fascisticamente la libert sindacale a profitto del loro Partito, crediamo di poterlo escludere nel modo pi categorico. La storia dell'ultimo decennio del movimento sindacale italiano  l a darci ragione.
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Salvemini ricorda le divisioni faziose che dilaniavano il movimento sindacale italiano nell'anteguerra. Agli elementi di divisione allora esistenti, la guerra aggiunse quelli provocati dall'interventismo e dal neutralismo. Parte degli interventisti che facevano parte della Confederazione Generale del Lavoro (repubblicani specialmente) la abbandonarono. L'Unione Sindacale Italiana si divise in due. L'irrompere del comunismo, dopo la rivoluzione russa, acu i dissensi fra le varie correnti di sinistra. L'esasperazione prodotta dalla guerra aggiunse altra esca al fuoco scissionista. Allo scoppio della pace parve che il movimento sindacale italiano dovesse disperdersi in mille rivoli. Ma si tratt di un attimo. Pochi mesi bastarono a far ragionare molta gente.
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La Confederazione del Lavoro, conquistando audacemente - fra le prime del mondo - le otto ore e importanti contratti collettivi; sforzandosi di rimanere rigida custode del suo programma e dei suoi ordinamenti, e nel contempo rispettosissima dei diritti delle minoranze; riusc, a poco a poco, a diventare il solo e veramente unitario centro del movimento sindacale italiano. Molti che l'avevano abbandonata ritornarono nelle sue file, compresi i ferrovieri, da molti anni autonomi. L'Unione Italiana del Lavoro, composta di repubblicani e di sindacalisti, entr in blocco nella Confederazione, e da questa rimasero fuori solo pochi sparuti gruppi di sindacalisti-anarchici che costituivano l'Unione Sindacale Italiana. Certo, a facilitare tale unificazione contribu la necessit di fronteggiare il nemico comune: il fascismo. Ma  indubbio che vi contribu maggiormente il lento eliminarsi dello spirito fazioso di altri tempi. Gli esempi non mancano.
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LA LIBERT SINDACALE.
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I comunisti che in parecchi paesi - citiamo la Francia per tutti - provocarono scissioni su scissioni e costituirono la loro casa sindacale, in Italia poterono rimanere nella Confederazione del Lavoro fino al giorno del suo esilio, malgrado la loro condotta, in fatto di disciplina, lasciasse straordinariamente a desiderare. Nel 1926, quando, sciolte e distrutte tutte le camere del lavoro, la situazione impose alla Confederazione di ricorrere ad una forma speciale di organizzazione, in talune zone segreta, basata su dei fiduciari, il Consiglio confederale, sebbene composto nella quasi totalit di appartenenti alla frazione riformista, seppe scegliere tre quinti, cio la maggioranza dei fiduciari, fra gli appartenenti ad altre frazioni, compresa la comunista.
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Dobbiamo aggiungere che, mentre nei partiti politici di sinistra la lotta di frazione non ebbe mai tregua, nella Confederazione tutti - esclusi i soli comunisti - nel triennio 1924-26 seppero superare ogni preoccupazione di parte. Riformisti, massimalisti e repubblicani lavorarono fraternamente insieme con uno spirito cos alto di solidariet da lasciare assai bene a sperare per l'avvenire.
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In fatto di movimento sindacale nei rapporti collo Stato, Salvemini sostiene: "Libert di organizzazione per tutti; elettivit e responsabilit degli organizzatori verso gli organizzati: rappresentanza delle organizzazioni nei consigli amministrativi in proporzione del numero raccolto da ciascuna organizzazione". Nulla da eccepire. Chi abbia tempo e voglia di sfogliare Battaglie Sindacali dal 1919 al 1926, e l'Operaio Italiano dal 1926 ad oggi, trover che in tutta la sua vita, e pi precisamente in questi ultimi anni, la Confederazione Generale del Lavoro nella sua pratica, nei suoi scritti, nelle critiche alla legislazione sindacale fascista non sostenne mai nulla di diverso. Nella nostra relazione presentata alla Conferenza Internazionale del Lavoro del 1927, in occasione della discussione del tema "La Libert Sindacale", concludevamo con queste precise parole:
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"La libert sindacale, per essere veramente tale, richiede:
a) che gli operai abbiano il diritto e la libert di iscriversi alle organizzazioni sindacali che meglio rispondono alla loro fede e alle loro aspirazioni;
b) che i sindacati, qualunque sia la dottrina che seguono, siano considerati uguali nei diritti e nei doveri, e facoltizzati a rappresentare la collettivit ovunque godano la fiducia della maggioranza".
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Come si vede, dunque, gli organi responsabili del movimento sindacale italiano hanno avuto "il coraggio di prendere posizioni chiare" da un pezzo. I fatti contraddicono in pieno le affermazioni dell'amico Salvemini. E noi dobbiamo rammaricarci vivamente che egli, senza precisazione alcuna, abbia gettato un'ombra di sospetto di una gravit incontestabile su quanti, socialisti o repubblicani, si occupano attivamente di movimento sindacale.
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DUE PESI E DUE MISURE.
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A proposito dei corpi tecnici e consultivi dello Stato, chiediamo a Nenni di non incominciare la storia del movimento sindacale italiano dal 1923. Se la partecipazione ai detti corpi fosse stata approvata per la prima volta nel 1923; se la Confederazione del Lavoro si fosse decisa a tale partecipazione solo in regime fascista, dopo averla combattuta in confronto del regime precedente, la cosa sarebbe veramente deplorevole.
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Ma la verit  diversa. I rappresentanti confederali parteciparono sempre ai corpi tecnici e consultivi dello Stato, anche quando i rivoluzionari - Serrati compreso - facevano parte del Consiglio Direttivo della Confederazione; anche quando era in funzione il famoso patto di alleanza fra Partito e Confederazione; anche quando la Direzione del Partito era composta di comunisti.
Questa verit basta da sola a togliere qualsiasi importanza al rilievo del Nenni. Ma c' dell'altro. E noi invitiamo l'amico nostro a non limitarsi a rilevare la pagliuzza ed a trascurare la trave.
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Bene o male che sia, lo Stato moderno non ha pi nulla di comune con quello antico e le sue funzioni diventano sempre pi vaste e complesse. Nenni  convinto come noi che il Parlamento  oramai insufficiente a discutere e risolvere tutti i problemi che investono lo Stato. Salvemini chiede giustamente, come chiese la Confederazione del Lavoro nel suo programma del 1919, di "evitare l'accentramento delle funzioni dello Stato in un unico Parlamento, ma di distribuirle fra organi differenziati di discussione e di amministrazione", lasciando al Parlamento nazionale "sopratutto funzioni di coordinazione e di controllo sull'opera di quegli organi". Questo decentramento  accettato dal pensiero politico pi moderno, da quello liberale a quello sovietico. Nenni, che non  mai stato antiparlamentare, crede proprio che i sindacati, che i socialisti debbano disinteressarsi degli organi complementari del Parlamento e dei corpi tecnici e consultivi che ne derivano?
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LA CORRETTEZZA ESTREMA DEI DIRIGENTI CONFEDERALI.
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Costantino Lazzari buonanima, che aborriva contatti... impuri, talvolta, col candore che lo distingueva, amava affermare che i deputati erano eletti dal popolo, mentre i membri dei corpi in questione erano nominati con decreto reale. Ma  facile dimostrare che questa formalit aveva una importanza molto relativa. La vera nomina dei rappresentanti sindacali nei corpi tecnici e consultivi dello Stato era fatta dai soci dei sindacati, cio da un corpo elettorale assai pi omogeneo e classista di quello che eleggeva i deputati. Ma poi, se si andava in Parlamento senza suffragio universale o col pi balordo dei sistemi elettorali, si pu sapere per quale ragione doveva essere considerato delitto andare nei corpi tecnici e consultivi dello Stato solo perch il sistema di nomina non era quello desiderato?
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Se nel 1923, in pieno regime fascista i partiti di sinistra credevano utile rimanere in Parlamento ad esplicare la loro attivit di oppositori, si pu sapere per quale ragione si doveva rinunciare a compiere la stessa funzione negli organi sussidiari o di emanazione del Parlamento? A reclamare le rappresentanze operaie nei consigli del lavoro, dell'emigrazione, della previdenza e negli istituti sociali di ogni genere fu sempre il Partito socialista. Con quale logica si vuole condannare, ora, chi rimaneva legittimamente ad occupare quei posti che l'attivit socialista era riuscita a conquistare?
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La Confederazione Generale del Lavoro sostenne sempre che le due partecipazioni agli organi politici e tecnici dello Stato si integravano a vicenda ed a provare il contrario non esiste proprio alcuna ragione seria. E a documentare poi la condotta ineccepibile dei dirigenti della Confederazione basta un fatto. Quando - dopo l'assassinio di Matteotti - le opposizioni abbandonarono il Parlamento sollevando la questione morale, i rappresentanti confederali nei corpi tecnici e consultivi dello Stato abbandonarono i loro posti senza bisogno di sollecitazione alcuna. E il loro scrupolo fu tale da indurli ad abbandonare perfino le amministrazioni delle assicurazioni sociali, sebbene si trattasse di organismi puramente tecnici nei quali si amministravano i denari degli operai.
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NIENTE DUNQUE BASSI INTRIGHI.
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A proposito del 1923, Nenni parla di politica di inganno e di bassi intrighi. Ebbene, ci permetta di dirgli che queste parole grosse sono indegne di lui, e indegne di quel periodo e di questo. Noi neghiamo categoricamente - e con una certa cognizione di causa - che "nel periodo che va dalla marcia su Roma all'assassinio di Matteotti" la politica sindacale fascista sia stata "dominata dalla ricerca di un compromesso fra Mussolini ed i capi della Confederazione Generale del Lavoro". Mussolini tent,  vero, ripetutamente di staccare uomini autorevoli dalla Confederazione al solo scopo di distruggerli nella considerazione dell'opinione pubblica, e di annullare cos, attraverso gli uomini, l'alto prestigio che aveva la Confederazione stessa.
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Sta di fatto per che tutti i tentativi vennero respinti. A noi, personalmente, potrebbe anche convenire associarci a certe critiche o lasciare correre. Siccome per al disopra delle nostre persone amiamo la verit e pensiamo che il miglior modo di educare il proletariato sia quello di dire sempre il proprio pensiero, insorgiamo oggi, come insorgeremo domani, contro chiunque, specialmente se amico, pigli a pretesto un sospetto, un episodio o la debolezza di qualche uomo per colpire in solido la Confederazione Generale del Lavoro e tutti i suoi capi.
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L'altissimo prestigio a cui assurse in Italia la Confederazione Generale del Lavoro, e non solo fra le masse,  dovuto a ben altro che a dei compromessi o a degli intrighi. Il Consiglio confederale fu sempre composto in maggioranza di riformisti. Ma le lotte da esso combattute in nome del proletariato italiano, e la resistenza eroica opposta dai sindacati al fascismo, dimostrano a sufficienza che quei tali riformisti seppero dare alle masse un'educazione che, se si tien conto dei tempi e delle circostanze, ha semplicemente del prodigioso. Questo del resto riconosce implicitamente lo stesso Nenni, quando cita, a titolo "di orgoglio dei socialisti italiani", la resistenza eroica che "nei centri pi importanti del movimento cooperativo" (Nenni dice proprio "cooperativo"), cio nei centri pi riformisti, seppero opporre al fascismo "imponendosi all'ammirazione del mondo intiero".
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SINISTRA, DESTRA ... E CENTRO.
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Certo non saremo noi a sostenere che l'opera della Confederazione Generale del Lavoro fu perfetta in tutto. Nessuno pi di noi  in condizione di conoscere e valutare i suoi errori e le sue deficienze, spesso estranee alla volont dei dirigenti. Noi diciamo per che quando ci si erige a storici e a critici del passato, allo scopo di trarre insegnamenti per l'avvenire, si ha il dovere di non essere unilaterali, di non prendere un piccolo episodio da un gran quadro di vita vissuta, per trarre da esso considerazioni generali a danno di determinate frazioni o persone.
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Nenni ad esempio scrive: "Nel dopoguerra la sinistra del Partito socialista era talmente affascinata dal bolscevismo da perdere la vera nozione dei rapporti sociali" e "la destra, riformista e parlamentare, negava l'esistenza stessa del problema rivoluzionario".
Si potrebbe domandare: e il centro massimalista a cui ader Nenni, cosa pensava? Cosa voleva? Qualcuno dice che predicava la rivoluzione, ma che poi, quando capitava un episodio che poteva offrire l'occasione per una grande azione, diceva: adagio, l'ora della rivoluzione non  ancora scoccata! Che la destra riformista poi negasse l'esistenza del problema rivoluzionario,  smentito dai fatti.
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La destra negava, in Italia, la possibilit di una rivoluzione bolscevica tipo russo o ungherese, ma diceva che era giunto il momento di assumere la responsabilit del potere. Un Governo socialista, o in maggioranza socialista, non sarebbe stato un fatto rivoluzionario nel senso infantile in cui intendono la rivoluzione i romantici della medesima, ma nessuno oser negare che avrebbe avuto un'importanza eccezionale. Esso avrebbe impedito l'avvento del fascismo, il che non sarebbe piccola cosa. Ma i riformisti, nel Partito, erano piccola minoranza. E scrivere della storia tacendo questi fatti, e tacendo sulla condotta della corrente politica a cui si appartiene... non  una cosa seria.
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COSA SEPPE FARE LA C.C.D.L.
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La campagna per l'intervento dell'Italia in guerra venne condotta, ad esempio, con metodi che ripugnano alla concezione democratica che oggi Salvemini invoca. Ma le origini del fascismo sono l. Eppure, nessuno di noi si sogna mai di muovere rimprovero a quanti, oggi antifascisti, parteciparono a quella campagna. Chi scrive ricorda di essersi battuto fin dal novembre 1918 - diciamo millenovecentodiciotto - al Congresso di Roma della F.I.O.M., per sostenere che la scissione fra interventisti e neutralisti non doveva essere perpetuata e che, una volta finita la guerra, si imponeva la pacificazione e la unificazione di tutte le forze del lavoro. Noi non facciamo quindi alcuna fatica a dichiarare che il passato che ci divise  sepolto, e che siamo dei sinceri apprezzatori dell'attivit antifascista di Salvemini e di Nenni. Per questa serena e riguardosa linea di condotta - che sappiamo condivisa dalla quasi totalit degli amici della Confederazione del Lavoro - dovrebbero sapersela imporre tutti gli amici.
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Il dire "si  fatto questo, che non si doveva fare", oppure "si doveva fare quest'altro", oggi  facile e comodo. Si tratta di vedere se, date le condizioni di tempo e di luogo - politiche, economiche e spirituali - dell'Italia, era possibile fare meglio e diversamente. Se l'esame dei meriti e dei demeriti di ciascuno si facesse in base a tali criteri, risulterebbe, forse, che i gruppi a cui si rivolgono le maggiori critiche sono quelli che ne meritano meno. La Confederazione del Lavoro ebbe a sua disposizione una materia tremendamente difficile da plasmare, resa ancora pi difficile dalle divisioni politiche, specialmente nell'immediato dopoguerra. Eppure essa seppe creare un movimento sindacale da non temere il confronto coi migliori dell'estero. Per convincersene, basta interrogare gli operai italiani che oggi lavorano in Francia o in Belgio, in Svizzera, nel Lussemburgo o altrove.
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Chi dimentica questo dato di fatto, chi dimentica "i fatti", "tutti i fatti", fa della polemica e non della storia, della critica negativa e dissolvitrice e non costruttiva e cementatrice.
BRUNO BUOZZI.
"L'Operaio italiano", 31 agosto 1929.
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Una lettera di Pietro Nenni.
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AD OGNUNO LE SUE RESPONSABILIT.

Caro Buozzi,
la polemica da te aperta attorno ad una frase della mia "brochure" sul fallimento del sindacalismo fascista, ha essa ragion d'essere?
Io ho scritto che il periodo della vita sindacale italiana che va dalla marcia su Roma alle elezioni dell'aprile 1924 fu contrassegnato dalla ricerca di un compromesso FRA TALUNI CAPI DELLA CONFEDERAZIONE e Mussolini.
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Tu scrivi: "Mussolini tent,  vero, ripetutamente, di staccare uomini autorevoli dalla Confederazione" ecc.
Se non  zuppa  pan bagnato. Ma in fatto di "verit" e di "storia", lasciami preferire la mia zuppa al tuo pan bagnato.
L'azione di Mussolini - nel '23 - non fu diretta a staccare uomini autorevoli della Confederazione dalla opposizione, ma a fare entrare la Confederazione nell'orbita del regime.
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Se questa azione pot svolgersi, se si arriv a quel congresso, o convegno o consiglio che sia, dell'agosto '23 in cui si discusse la collaborazione tecnica, fu perch esisteva una certa atmosfera. Atmosfera d'intrigo, ho detto e non posso che mantenere.
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E come vuoi definire un periodo della vita politica e sindacale italiana in cui gruppi sedicenti democratici collaborano al governo di Mussolini, in cui i popolari votano la legge elettorale Acerbo, illudendosi cos di APAISER il fascismo; in cui d'Aragona, segretario della Confederazione, messo in causa da Mussolini nel famoso discorso del luglio '23, risponde con dei SE, dei MA e dei VEDREMO?
Ahim! L'intrigo aveva radici cos profonde, che neppure l'uragano Matteotti baster a sradicarlo e nel '27 - nel pieno delle leggi eccezionali - quando a frotte i nostri varcano le frontiere, taluni uomini, che ti furono e ci furono cari, dalla premessa della collaborazione tecnica del '23, arriveranno alla collaborazione tecnico-politica.
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Mio caro Buozzi, a questo punto che vuoi che m'interessi la questione - da te sollevata - se si debba o no collaborare ai corpi tecnici e consultivi dello Stato.
Il realismo politico inibisce di porre e risolvere problemi astratti. Penso che nel '23, quando potevamo ancora credere di avere le forze e i mezzi per rovesciare rapidamente la dittatura, la questione della collaborazione tecnica esprimeva una nefasta tendenza al compromesso.
Il resto non c'entra.
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N  in gioco il patrimonio morale della Confederazione. N  questione di riformisti o di rivoluzionari.
Ahim! Se ci sono i Calda, ci sono anche i rivoluzionarissimi ed intransigentissimi Oro Nobili scesi al disotto di ogni livello di umana rispettabilit.
Miseria umana, cui tutti sono soggetti.
Cordiali saluti. Tuo PIETRO NENNI.
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L'amico Nenni insiste nel parlare di atmosfera di intrigo e di compromesso e non si accorge che proprio in quello che scrive  esplicito il suo errore. Il mio pane bagnato non ha nulla a che vedere colla sua zuppa. L'ammettere che Mussolini mirava a far entrare la Confederazione nell'orbita del fascismo, non  sufficiente per dedurne che anche la Confederazione alimentava una qualsiasi atmosfera di intrigo o di compromesso. Se fra due organismi in conflitto uno cerca l'intrigo e l'altro lo respinge,  profondamente ingiusto coinvolgerli entrambi nella stessa responsabilit e giudicarli alla stessa stregua.
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Che Mussolini mirasse a ci che dice Nenni pu essere vero; che sedicenti democratici e popolari coltivassero l'intrigo pu darsi; escludo per nel modo pi assoluto che D'Aragona od altri dirigenti confederali fossero della partita. Ora che certi uomini sono tanto lontani da noi, e non solo materialmente, potrebbe anche convenire gittar sassi contro di essi per colpe che non hanno, o lasciar correre. Ci per offenderebbe la verit e sarebbe ineducativo. Di qui una delle ragioni della mia polemica.
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Il citato discorso di D'Aragona non fu certo uno squillo di battaglia; parecchi dirigenti confederali non ne furono soddisfatti; ma esso non consente le interpretazioni di Nenni. Le cose andarono cos: Mussolini aveva parlato alla Camera manifestando propositi di pacificazione e blandendo i deputati organizzatori. D'Aragona rispose che alla Camera non vi erano deputati Confederali, sibbene del Partito socialista e che, in ogni modo, niuno sarebbe stato pi lieto della Confederazione se i propositi pacificatori fossero diventati realt e all'Italia fosse stata ridata la tranquillit e la libert. Poi due emissari di Mussolini - l'on. Postiglione e l'avv. Terruzzi - si recarono - non chiesti - alla sede della Confederazione a conferire con alcuni dirigenti confederali, il sottoscritto compreso; poi ci fu il noto colloquio fra gli stessi dirigenti e Mussolini.
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Di quest'ultimo colloquio vale la pena di ricordare la chiusa. Mussolini, ripetute le dichiarazioni pacificatrici pronunciate alla Camera, e manifestate alcune opinioni ultra collaborazioniste, concluse dicendo: ricordate che certe occasioni nella storia non si ripetono tanto facilmente e che, quando passa un treno, se non ci si salta su lo si perde. Noi ripetemmo per la ennesima volta che di collaborazione non era neppure il caso di discutere, e che la Confederazione non aveva nulla da chiedere, salvo la cessazione delle violenze e delle persecuzioni e la libert per tutti gli italiani. Della discussione avvenuta nei diversi colloqui io diedi immediatamente conto, pubblicamente, in un'intervista concessa al Mondo. E in quel Consiglio Confederale nel quale, secondo il Nenni, si sarebbero manifestati quei tali pravi propositi collaborazionisti, venne votato un ordine del giorno - presentato da Nino Mazzoni, in accordo coi dirigenti confederali - nel quale la Confederazione reclamava la libert di organizzazione, di riunione, di stampa e di parola per tutti, convinta che senza di ci non era neppure concepibile la libert sindacale.
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Nenni dice che, nel '23, la questione della collaborazione tecnica esprimeva una nefasta tendenza al compromesso, ma egli continua a confondere la partecipazione ai corpi tecnici e consultivi colla collaborazione. Facendo la stessa confusione, e procedendo collo stesso metodo spiccio di giudicare, io potrei affermare che la partecipazione ai lavori parlamentari, dopo la marcia su Roma, esprimeva anch'essa una nefasta tendenza al compromesso. Ma sarei fuori della verit. I dirigenti confederali, al famoso Consiglio di Milano, non si batterono affatto per la collaborazione. Ed io ho chiesto a Nenni con quale logica si pu impedire ai dirigenti sindacali di partecipare ai corpi tecnici e consultivi dello Stato, quando democratici, socialisti e comunisti partecipano ai lavori del Parlamento.
E in ci non vi  nulla di astratto.
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Ma io ho sollevato questa polemica non solo per confutare quanto di ingiusto era stato detto contro il movimento sindacale da due ottimi amici, ma anche per combattere il malvezzo, assai diffuso, di tirare in ballo la Confederazione del Lavoro a proposito di responsabilit non sue.
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Nel gran quadro della vita italiana del dopoguerra, gli appunti che si possono muovere alla Confederazione, o ad alcuni dei suoi dirigenti rappresentano delle inezie, specialmente se si riferiscono al 1923-1924. Dico al 1923-1924 perch dopo la marcia su Roma, il movimento di classe era un vinto alla ricerca di una base d'azione forse introvabile ed inesistente. C' in proposito un rapporto dell'Esecutivo comunista italiano alla terza Internazionale, nel quale si nega che, dopo l'assassinio di Matteotti, esistesse in Italia una situazione rivoluzionaria.
.A lottare contro regimi ferocemente reazionari non s'impara del resto n in un giorno n in un anno. La Francia del secondo impero e la Russia czarista insegnino. E se si vuole discutere non inutilmente delle responsabilit di ci che avvenne in Italia, bisogna riferirsi al periodo in cui il movimento di classe - ancora unito - godeva di una certa libert ed era arbitro delle sue decisioni: cio al quadriennio 1919-1922.
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Nenni riconosce che la Confederazione  fuori questione, ed io ne prendo atto. Ma occorre dire di pi. Occorre dire che nessun Partito Socialista ebbe mai, in nessun paese, un movimento sindacale fedele, disciplinato ed ardente quale quella italiano. Occorre dire che fino a quando ebbe vigore il patto d'alleanza fra Partito e Confederazione, quest'ultima tenne fede alla sua firma nella maniera pi perfetta ed encomiabile. Occorre dire, ad esempio, che mai, in nessun paese, il movimento sindacale offr al movimento politico, per un'azione in grande stile, occasioni uguali a quella creata dall'occupazione delle fabbriche. Occorre, infine, ripetere che, nel suo campo, la Confederazione, con un'azione audace e meditata insieme riusc a conquistare, al proletariato italiano, posizioni che, ancora oggi, sono allo stato di aspirazione in paesi economicamente pi ricchi ed evoluti dell'Italia.
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Il movimento politico non pu dire altrettanto. Dominato dagli estremisti, non seppe decidersi n per la rivoluzione, n per la partecipazione al potere, e in ci, senza cercarle altrove, si trovano le spiegazioni della disfatta che coinvolse insieme movimento politico e sindacale di classe. Senno di poi, potr dire qualcuno. Qualche altro, potrebbe rispondere che vide giusto a tempo, ma rinuncia a farlo. Vada dunque per il senno di poi. Da esso possono essere tratti ammaestramenti per l'avvenire, ed  perci - e non certo per amor di polemica - che ho voluto ricordare cose che  doveroso ed utile tener presenti.
BRUNO BUOZZI.
"L'Operaio italiano", 21 settembre 1929.
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L'ATTENTATO DI BRUXELLES E IL CALVARIO DELL'EMIGRAZIONE ITALIANA.
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Il nostro giornale esce troppo tardi perch debba scrivere lungamente di Fernando De Rosa e spiegare in tutta la sua portata l'atto da lui compiuto. Altri lo hanno gi fatto, altamente ed efficacemente. In prima, la Concentrazione di Azione Antifascista, alla quale la Confederazione Generale del Lavoro Italiana aderisce fervorosamente. Del resto, dato il carattere sindacale del nostro giornale, a noi compete, soprattutto, di mettere in rilievo l'influenza che pu avere esercitato sul compagno De Rosa l'osservazione e lo studio delle condizioni dell'emigrazione italiana.
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Fernando De Rosa, anima generosa ed assetata di libert, aveva abbandonato il suo adorato paese, perch incapace di assistere in silenzio alla mortificazione materiale e morale a cui il fascismo sottopone il popolo italiano. Venuto all'estero, anzich trovare un sollievo al suo animo esulcerato, altri tremendi elementi lo spinsero a dedicarsi con moltiplicato fervore alla battaglia antifascista. L'emigrazione per necessit di vita  di per se stessa un calvario. L'operaio costretto a cercare all'estero un salario, introvabile in patria, conserva sempre nel cuore un'acuta nostalgia per il suo paese, nel quale lascia spesso dei parenti e dei figli a cui provvedere da lontano. Per l'emigrato italiano il calvario  infinitamente pi duro che per quello di ogni altro paese, e proprio per colpa del regime fascista.
L'emigrazione italiana si pu dividere in tre grandi gruppi. In essa c' chi va in giro per il mondo in cerca di un salario, indipendentemente da ogni ragione politica e spirituale.
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C' chi, senza esservi costretto, e senza essere un combattente politico, va in cerca di un minimum di libert e di tranquillit che la sua patria gli nega. E c' chi - vero profugo politico -  costretto all'esilio dalle persecuzioni e dal boicottaggio fascista. Non  per detto che, passata la frontiera, gl'italiani, qualunque sia la ragione che li ha fatti emigranti, sfuggano alla spietata sorveglianza della polizia del loro paese.  oramai arciprovato che i consolati italiani anzich essere focolari di italianit, a disposizione di tutti gl'italiani, sono stati trasformati in sentine di polizia o in centri di propaganda fascista. Anche all'estero, dunque, l'italiano che non giura sul verbo del littorio corre dei pericoli una volta sconosciuti.
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A disciplina dell'emigrazione, il Governo italiano ha sostituito le domande individuali di operai colle domande collettive, e in ci, almeno in principio, non vi  nulla da eccepire. Il movimento sindacale di classe  stato sempre per la disciplina dell'emigrazione. Ma  destino che il fascismo bruci ovunque tocca. Una sana disciplina dell'emigrazione ed un'efficace tutela degli emigranti presuppongono degli accordi fra le organizzazioni sindacali dei paesi di emigrazione e immigrazione. Il sindacalismo fascista invece  bestialmente nazionalista e non vuole e non pu avere contatti col movimento sindacale estero, tutto antifascista. La disciplina fascista dell'emigrazione si risolve quindi nella formazione di mandrie umane reclutate dai sindacati fascisti, e consegnate, senza diritti e senza difesa, all'imprenditore straniero perch le sfrutti in concorrenza colla mano d'opera indigena.
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Per i contratti di lavoro, il Governo fascista si affida a dei veri mercanti di carne umana. E quando gli operai arrivano sul posto di lavoro, constatano sempre che sono stati assoldati a condizioni inferiori a quelle normali. Non basta. L'ingaggio vale normalmente per sei mesi o per un anno, e guai ad infrangerlo. Pu seguire la denunzia alla polizia e il rinvio alla frontiera italiana. Non basta ancora. Il contratto di lavoro presuppone un'organizzazione sindacale che vigili alla sua applicazione. Ma quando l'emigrato ricorre al Sindacato del paese che lo ospita, l'imprenditore, specialmente se italiano, si fa un dovere di denunziarlo al Consolato come antifascista, e il Consolato provvede a metterlo in cattiva luce verso la polizia, perch lo tenga d'occhio o lo espella.
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L'operaio, specialmente se ha parenti in Italia,  cos indotto a sopportare la violazione di quegli stessi contratti di ingaggio che risultano inferiori alle condizioni della piazza. Ci sono imprenditori italiani che arrivano persino ad applicare la censura sulla corrispondenza che gli operai hanno l'ingenuit di farsi arrivare nei cantieri. Ed  in conseguenza di queste sopraffazioni e intimidazioni che gli italiani - che in certe zone rappresentano percentuali altissime - stanno lontani dai sindacati, rendendo a questi impossibile ogni azione energica in loro difesa.
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L'affermazione che alla difesa degli emigrati pensano i consolati,  priva di ogni senso comune. Il Console Italiano potrebbe avere qualche autorit sugl'imprenditori italiani, ma non mai su quelli indigeni. D'altra parte, gl'italiani che espatriano per lavorare sanno che, nei consolati, trovano spesso tutta la geldra dei peggiori impresari connazionali d'oltre confine, i loro peggiori nemici, cio coloro che, con ogni mezzo, tentano di disonorarli ed avvilirli al cospetto della massa operaia straniera. Inutile spiegare che tali impresari sono fascisti al 100 per 100 soprattutto perch il fascismo garantisce loro la mano d'opera a salari inferiori.
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E quel redattore del "Lavoro Fascista" che, attualmente, sta facendo un'inchiesta sullo sfruttamento a cui sono sottoposti i lavoratori italiani in Francia, se non  imbecille o una canaglia dovr riconoscere che la responsabilit di tale sfruttamento ricade interamente, ed esclusivamente, sul regime del suo cuore.
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Bisogna aggiungere che il Governo fascista non si limita a fornire mano d'opera sotto tariffa ed a perseguitare i suoi avversari. Esso organizza anche il crumiraggio. Tipico il caso di Melbourne dell'anno scorso. Durante un aspro sciopero dei lavoratori del porto di detta citt, il Consolato italiano non esit a organizzare squadre di crumiri, provocando, contro di esse, la violenta rappresaglia degli scioperanti e conflitti sanguinosi. Il crumiraggio  un tradimento in casa propria. Organizzato consciamente in paese straniero,  semplicemente infame. Gl'italiani all'estero sono oltre dieci milioni e nessun paese quanto l'Italia ha il dovere di tener alto il buon nome della sua mano d'opera. Fortunatamente il lavoratore straniero sa distinguere fra il fascismo e il popolo italiano. E se all'estero non accadono conflitti fra mano d'opera italiana e indigena, il merito non  proprio del Governo fascista.
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Certo, gli emigrati italiani che si ribellano alle imposizioni fasciste sono oltremodo numerosi. Ma a quale prezzo! La segnalazione delle autorit consolari porta alle conseguenze che abbiamo detto. Il nuovo paese di destinazione accoglie l'espulso con diffidenza, lo sorveglia, e, al primo dubbio sulla sua condotta, o alla prima denunzia del Consolato italiano, lo espelle a sua volta. Per molti - colpevoli solo di non esser fascisti - la vita dell'esilio diviene zingaresca, gonfia di miserie e di amarezze. E quando la segnalazione  avvenuta, addio rinnovo di passaporto, addio speranza di ricongiungersi colla famiglia da parte di chi l'ha in Italia. Cos la famiglia rimane lontana, nella miseria e nel pianto; su di essa si sfoga sovente, in Italia, l'ira caina della polizia e delle camicie nere per le presunte colpe dei loro congiunti emigrati e in questi lo spasimo e il tormento si moltiplicano fino all'esasperazione.
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In Francia, in Belgio, nel Lussemburgo e altrove, gl'italiani che hanno subito provvedimenti e persecuzioni, e che si trovano in tale tremenda situazione sono innumerevoli. Fernando De Rosa ne ha visti molti ed egli, cresciuto borghesemente, ma giovane e generoso, ha sofferto con loro e, se  possibile, pi acutamente di loro.  fra queste sofferenze che egli ha maturato il suo gesto. Pi ancora che in Italia, egli ha constatato all'estero che nessun Governo perseguita sistematicamente ed implacabilmente i suoi avversari quanto quello italiano.
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Noi non ci siamo mai stancati dal ripetere agli emigrati che essi devono astenersi dall'immischiarsi nella politica del paese che li ospita, e crediamo di non averlo fatto invano. Abbiamo anche aggiunto ed aggiungiamo che, nella stessa loro attivit politica di italiani, gli emigrati devono sapersi imporre dei limiti, ed  gi chieder troppo. Nessuno ha il diritto di pretendere che l'emigrato si disinteressi della politica del proprio paese. Il fascismo non agisce solo in Italia. Agisce anche all'estero, senza scrupoli e con mezzi poderosissimi. Senza libert di tener desta la fiamma dell'antifascismo, il diritto di asilo sarebbe un'irrisione. E noi denunziamo ancora una volta al mondo che, ad esasperare gli emigrati italiani, ed a render loro pi dura la vita  il fascismo, nessun altro che il fascismo.
LA CONFEDERAZIONE GENERALE DEL LAVORO D'ITALIA.
"L'Operaio italiano", 9 novembre 1929.
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L'EMIGRAZIONE.
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RELAZIONE DI BRUNO BUOZZI AL IV CONGRESSO DELLA L.I.D.U.
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Sul problema dell'emigrazione la L.I.D.U. ha gi stabilito le sue direttive due volte, nei congressi del 1928 e del 1930, e potrebbe benissimo richiamarsi, con sicura coscienza, alle sue precedenti deliberazioni.
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Basandosi sulle direttive della Federazione Sindacale Internazionale, dettate dall'esperienza dei paesi pi liberi e pi civili, essa si  dichiarata contraria ad ogni egoismo e ad ogni protezionismo nel senso che l'emigrazione e l'immigrazione non devono essere ostacolate da considerazioni politiche, salvo le limitazioni temporanee imposte da ragioni strettamente economiche a difesa della salute pubblica.
La L.I.D.U. inoltre, aderendo al criterio che l'emigrazione e l'immigrazione devono essere disciplinate da un'apposita legislazione internazionale, e controllate, di comune accordo, dall'Ufficio Internazionale del Lavoro, dagli Stati e dalle Organizzazioni sindacali padronali ed operaie, ha ripudiato insieme il liberismo assoluto e il protezionismo di alcuni continenti extraeuropei entrambi condannati dall'esperienza.
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Nulla  intervenuto in questi ultimi tempi da giustificare una modificazione di tali direttive. E per ben intendere i criteri da cui furono dettate baster far presente ai congressisti - tutti uomini che vivono a contatto diretto coll'emigrazione - alcune brevi considerazioni.
Cos', innanzitutto, l'emigrazione? C' un'emigrazione di lite, composta di specializzati e di spiriti irrequieti e avventurosi, che girano il mondo per soddisfare alla loro sete di conoscere e di apprendere pi che per necessit, emigrazione limitata di numero e che si arrangia come si suol dire da s. C' invece un'altra emigrazione, la vera emigrazione, dovuta alla esuberanza di popolazione di determinati paesi, in gran parte composta di operai non qualificati, che si muove a grandi masse, talvolta stagionalmente, la quale non pu arrangiarsi da s ed ha bisogno di un'assistenza e di una disciplina.
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L'Italia ha, in proposito, un'esperienza dolorosa. Quando esisteva quella libert assoluta di emigrazione che qualcuno invoca, le masse emigratorie italiane erano facile preda delle compagnie di navigazione, delle imprese di trasporti, degli agenti privati di collocamento, in una parola di quei "mercanti di carne umana" bollati da tante inchieste e che in tante occasioni sollevarono l'indignazione del mondo civile con le loro malefatte.
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Non occorre essere vecchi per ricordare le dolorose odissee di cui furono vittime migliaia e migliaia di italiani raggirati da agenti del capitalismo pi feroce, partiti dai loro paesi allettati dal miraggio di facili fortune, condotti poi nelle fazende americane a vivere una vita selvaggia, a soffrire la fame, la sete e le febbri, lontani centinaia di miglia dalle citt, privi di ogni comunicazione col consorzio umano e di ogni difesa.
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Del resto, senza andare lontano nel tempo e nello spazio, basta osservare alcune zone minerarie della Francia per constatare a quale vita  condannata l'emigrazione incontrollata. La mano d'opera  nella quasi totalit straniera, le possibilit di costituire valide organizzazioni di classe sono scarse e l'emigrazione si trova alla merc di un capitalismo senza scrupoli, mentre, a difenderla, basterebbero quegli organi di disciplinamento reclamati dalle organizzazioni di classe.
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L'affermazione che a provocare l'attuale crisi mondiale  stato il protezionismo della mano d'opera, non regge al minimo esame. Le cause della crisi vanno ricercate altrove: nella perturbazione delle cose e degli spiriti provocata dalla guerra, nella meccanizzazione e nella razionalizzazione.
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Avanti la guerra il mondo aveva raggiunto un equilibrio economico-finanziario ed una stabilizzazione di prezzi che non esistono pi. I crolli, le rivalutazioni e le stabilizzazioni delle monete a quote diverse hanno spezzato questo equilibrio e provocato preoccupazioni e provvedimenti che non  il caso di discutere qui, ma che hanno turbato e turbano profondamente il mercato dello scambio delle merci. La meccanizzazione, la razionalizzazione e la coltura scientifica delle terre hanno fatto il resto. La capacit produttiva delle industrie e dell'agricoltura  aumentata in misura superiore alla capacit di consumo delle popolazioni, e il pensare che la libert assoluta dell'emigrazione possa non diciamo risolvere, ma soltanto aiutare a vincere la crisi attuale,  pura fantasia.
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Si pu invece affermare che la crisi attuale va addebitata in buona parte alla mancanza di una disciplina dell'emigrazione. Un giornale americano scriveva recentemente che gli Stati Uniti d'America non hanno mai pensato a regolare, disciplinare, sistemare l'emigrazione. Conseguenze: un accentramento delle masse immigrate nei grandi centri industriali; un disordine demografico che si  manifestato nella gigantesca espansione industriale di certe zone e nell'inerzia quasi assoluta di altre zone; da una parte citt popolatissime e attraentissime, dall'altra estensioni enormi improduttive perch disertate dalla gente rurale, vinta dal miraggio del grande centro "dove si guadagna di pi e si vive meglio"; infine, centinaia di migliaia di lustrascarpe o di piccoli miseri rivenditori ambulanti nelle grandi citt, che, se avviati verso la terra, ed aiutati, si sarebbero creata una posizione meno incerta con evidente vantaggio per loro stessi e per la collettivit.
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Che i governi siano restii ad accettare i postulati del movimento operaio in fatto di emigrazione, si spiega. La disciplina e l'avviamento dell'emigrazione rendono pi difficile lo sfruttamento della mano d'opera e, d'altra parte, impegnano gli Stati e le Amministrazioni pubbliche a garantire, alla emigrazione, assistenze, servizi pubblici e finanziamenti che in regime di liberismo si possono trascurare. Ma la L.I.D.U. non  un'accademia chiamata ad esaminare i problemi in astratto, dal solo punto di vista dello spirito, sibbene un'organizzazione che si propone di aiutare e difendere concretamente l'emigrazione. Essa ha quindi il dovere di occuparsi del problema in modo positivo e concreto.
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In altre parole, la L.I.D.U. non pu accettare il punto di vista di quei liberisti i quali vorrebbero che i datori di lavoro fossero lasciati liberi di reclutare all'estero quanta mano d'opera vogliono, e che gli operai fossero del pari lasciati liberi di andare dove il loro presunto interesse li spinge, senza sottostare a controlli di Stato o di organizzazioni sindacali. Il liberismo assoluto applicato al lavoro  stato riconosciuto dannoso soprattutto ai lavoratori, e ne  prova il fatto che a richiedere il controllo e la disciplina dell'emigrazione non sono stati mai i datori di lavoro, sibbene gli stessi lavoratori.
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Il movimento operaio  sostanzialmente al di l del liberismo e del protezionismo in quanto mira alla difesa e al trionfo degli interessi della collettivit. I sindacati, i contratti di lavoro, le assicurazioni sociali, gli imponibili di mano d'opera, la limitazione degli orari sono fuori del quadro del liberismo assoluto. Gli uffici di collocamento rappresentano una delle pi ardenti aspirazioni della classe lavoratrice, e, dove esistono, limitano inevitabilmente la libert ai singoli di spostarsi a loro piacimento. Contrastare quest'opera tendente al trionfo degli interessi della collettivit sarebbe una follia. La L.I.D.U. non pu battere via diversa da quella che batte il movimento sindacale internazionale.
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E il giorno in cui in Italia il fascismo sar abbattuto, il regime che gli succeder, se sar un regime di popolo, dovr avere in cima ai suoi pensieri la disciplina dell'emigrazione, l'assistenza e la protezione dei dieci milioni di italiani sparsi per il mondo e non gi a fini imperialistici e perturbatori stile fascista, ma a fini democratici di solidariet e di pace.
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Per tutte queste ragioni, e per altre che mi riserbo di esporre verbalmente, propongo al Congresso il seguente O.d.G. che riassume quelli votati alla unanimit dai congressi del 1928 e 1930:
"Il IV Congresso della L.I.D.U., richiamate le deliberazioni prese nei riguardi delle migrazioni dai congressi del 1928-30:
proclama che l'emigrazione e l'immigrazione non devono essere ostacolate da considerazioni di carattere politico, salvo le limitazioni temporanee e imposte da ragioni strettamente economiche o dalla necessit della difesa della salute pubblica;
riconferma la sua adesione ai voti dei congressi sindacali internazionali che hanno reclamato:
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a) la disciplina delle migrazioni a mezzo dell'Ufficio Internazionale del Lavoro, degli Stati e delle Organizzazioni sindacali in base ad un'apposita legislazione internazionale;
b) la parit di trattamento fra lavoratori nazionali e immigrati sia nel campo giuridico, sia nel campo sociale (assicurazioni sociali, assistenza e diritto sindacale)".
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BRUNO BUOZZI
"L'Operaio italiano", 8 agosto 1931.
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LA REGOLAMENTAZIONE DELLA MANO D'OPERA STRANIERA: UNA LEGGE CHE NON PERSUADE.
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Diciamolo francamente: la legge per la regolamentazione della mano d'opera straniera, votata luned alla Camera dei deputati francese, persuader poca gente. E prima di passare all'esame dei suoi articoli, sentiamo il dovere di avanzare le nostre pi ampie riserve anche sulla sua legittimit.
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Fra Italia e Francia esiste un Trattato di Lavoro stipulato nel 1919, la cui portata si rileva da questi articoli:
Art. 1 - I due Governi convengono di accordare tutte le facilitazioni amministrative ai cittadini di ciascuno dei due paesi che intendono recarsi nell'altro a scopo di lavoro.
Art. 2 - I lavoratori e le loro famiglie potranno entrare liberamente nel paese di destinazione che non esiger a tale effetto alcuna autorizzazione speciale, con riserva delle deroghe temporanee stabilite dall'art. 4.
Art. 4 - Nel caso in cui le condizioni del mercato del lavoro, in certi periodi di tempo, in certe regioni o per certe professioni, non permettessero di trovare impiego agli immigrati che si recano individualmente o spontaneamente alla ricerca di lavoro, il Governo interessato avvertir immediatamente, per via diplomatica, il Governo dell'altro paese per metterlo in grado di prendere i necessari provvedimenti.
Art. 19 - I cittadini delle due parti contraenti godranno, nel territorio dell'altra, dell'eguaglianza di trattamento con i nazionali per tutto quanto si riferisce all'applicazione delle leggi che regolano le condizioni di lavoro ed assicurano l'igiene e la sicurezza dei lavoratori.
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Ora, mentre questo Trattato non  mai stato denunziato, mentre - a quanto ci consta - nessuno dei due governi ha chiesto all'altro di valersi dell'art. 4 surriportato, colla nuova Legge si sta creando, per gli italiani, uno stato di inferiorit che il Trattato esclude categoricamente.
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Diamo atto alla Francia che il primo a violare il Trattato in parola fu il Governo fascista quando chiuse le porte all'emigrazione italiana e rifiut, alla Francia, i lavoratori di cui aveva bisogno. Ma noi ci rifiutiamo di credere che alle violazioni dei trattati si debba rispondere con altre violazioni. Altrimenti, dovremmo concludere che i trattati internazionali sono "chiffons de papier", peggio che inutili.
Detto questo a scarico di coscienza, passiamo all'esame dei principali articoli della nuova Legge.
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L'art. 1 stabilisce che nell'esecuzione dei lavori commessi dallo Stato, dai Dipartimenti, dai Comuni e dalle Amministrazioni pubbliche la mano d'opera straniera non potr superare il 10 per cento del totale. Questa proporzione  ridotta al 5 per cento per i servizi pubblici, siano questi gestiti da amministrazioni pubbliche o da privati.
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L'art. 7  cos formulato: Un decreto emanato dopo sentito il parere del Consiglio nazionale della mano d'opera, determiner le condizioni nelle quali avranno luogo le consultazioni previste dalla presente legge, cos come le condizioni nelle quali potranno essere eccezionalmente accordate delle deroghe. Queste deroghe potranno essere accordate per regioni o per categorie professionali.
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Trascuriamo senz'altro l'ultima disposizione dell'articolo 1 perch di stranieri occupati nei servizi pubblici non ce ne sono o quasi. In quanto alla prima disposizione (quella del 10%) siamo convinti che non potr essere applicata. L'art. 1, al numero 2, del Decreto di Legge 1899-23 era pi largo. Esso stabiliva soltanto che nei lavori commessi dallo Stato, dai Dipartimenti, dai Comuni e dalle Amministrazioni di beneficenza, "gli imprenditori occupassero lavoratori stranieri in una proporzione fissata dall'amministrazione secondo la natura dei lavori e la regione dove vengono eseguiti". Malgrado ci esso non venne mai rispettato. Cos accadr della disposizione della nuova legge. E se non si vorr provocare l'ostruzionismo nell'esecuzione di certi lavori (strade ferrate e non, tunnel, fognature, ecc.), siamo convinti che le deroghe di "eccezione" da concedersi in base all'art. 7 finiranno per diventare la "regola". S'intende, previa notevole perdita di tempo per gli Uffici di collocamento, Commissioni paritarie, imprenditori e lavoratori.
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L'art. 2, per ci che concerne le imprese private industriali e commerciali, non previste dall'art. 1, prevede che appositi decreti potranno fissare la proporzione dei lavoratori esteri che potranno impiegarsi. "Questa proporzione sar fissata per professione, per industria, per commercio o per categoria professionale, per l'insieme del territorio o per una regione. I decreti fisseranno i termini di tempo entro i quali questa proporzione sar condotta, in una o pi tappe, ai limiti fissati. Questi decreti saranno emanati d'ufficio o dietro domanda di una o pi organizzazioni padronali od operaie, nazionali o regionali, interessate. Nell'uno e nell'altro caso, le organizzazioni padronali ed operaie interessate, e il Consiglio nazionale della mano d'opera, dovranno essere consultati. Essi dovranno dare il loro parere nel termine di un mese".
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Questo articolo rappresenta anch'esso un peggioramento della situazione di fatto finora esistente, in quanto consente delle limitazioni dove prima non ne erano consentite. In linea generale non abbiamo molte preoccupazioni: a) perch le organizzazioni che fanno capo alla C.G.T. (salvo quelle dei musicanti e del personale d'albergo e mensa) sono state sempre contrarie ad ogni provvedimento contro la mano d'opera straniera; b) perch, dovendosi procedere, prima della emanazione di qualsiasi decreto, alla consultazione del Consiglio nazionale della mano d'opera, siamo sicuri che i delegati della C.G.T. in questo Consiglio sapranno attenersi ai voti espressi dal Congresso confederale del settembre scorso e compiere il loro dovere di internazionalisti. Ad ogni modo, ripetiamo, l'articolo 2 della nuova legge rappresenta un peggioramento della situazione di fatto finora esistente, e contrasta col Trattato di lavoro franco-italiano.
L'art. 3  risultato cos redatto: Ogni straniero che desidera entrare in Francia per essere impiegato dovr essere munito di una carta di autorizzazione ministeriale speciale, accordata dopo consultazione dei servizi pubblici del collocamento. Ogni straniero gi entrato in Francia non potr essere impiegato se sprovvisto di questa autorizzazione.
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Non saranno considerati come stranieri: 1. Gli esiliati politici. - 2. Gli ex combattenti delle armate alleate. - 3. Gli stranieri sposi di donne francesi che hanno conservato o ripreso la loro nazionalit. - 4. Gli stranieri padri di ragazzi francesi. - 5. I mutilati e gli infortunati del lavoro che percepiscono una rendita in virt della legge del 1898.
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La prima parte di questo articolo conferma, sostanzialmente, l'obbligo dell'autorizzazione del Ministero del Lavoro per ottenere la Carte d'identit. C' per un punto che richiede di essere chiarito. Se l'autorizzazione speciale da concedersi ai "gi entrati in Francia" riguarda soltanto i nuovi venuti che non sono in possesso della Carte d'identit, nulla da eccepire. Ma se riguarda anche gli stranieri che risiedono in Francia da tempo, che sono gi in possesso di una Carte d'identit di "travailleur", e che hanno gi avuto una "autorizzazione",  chiaro che si tratta di una disposizione iniqua. La rinnovazione della Carte d'identit normale dovrebbe essere concessa senza nuove autorizzazioni.
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In quanto alla seconda parte dell'articolo, che riguarda gli esiliati politici, sono pure necessarie delle delucidazioni. Il ministro Landry ha distinto gli esiliati dai rifugiati, dichiarando che lo "stato giuridico" degli esiliati  definibile, mentre quello dei rifugiati no. Ora, se negli esiliati non fossero compresi anche i rifugiati,  chiaro che il disposto di cui sopra non avrebbe alcun valore. Nel Codice italiano, ad esempio, la condanna dell'esilio non esiste. Gli italiani che si sono esiliati dall'Italia per sfuggire a condanne politiche o alle persecuzioni fasciste, sono esiliati "di fatto", e non "di diritto"; ed  chiaro che negar loro la qualit di esiliati-rifugiati vorrebbe dire distruggere il diritto d'asilo.
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L'art. 4 stabilisce che un apposito decreto "determiner le condizioni di applicazione della presente legge agli operai di frontiera e stagionali residenti all'estero che lavorano nell'interno del territorio, francese, ma che possiedono la nazionalit del paese ove risiedono".
Anche questo articolo non soddisfa. E sarebbe interessante conoscere le ragioni per le quali a un italiano che abita nel Belgio, nel Lussemburgo o in Isvizzera, deve essere inibito di attraversare quotidianamente la frontiera per recarsi a lavorare in Francia con gli stessi diritti riconosciuti ai cittadini belgi, lussemburghesi o svizzeri.
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Gli altri articoli della legge contengono disposizioni che si possono considerare di ordinaria amministrazione, e non richiedono esame particolare.
Passiamo dunque queste nostre osservazioni agli amici della C.G.T. e del Partito socialista francese, ferme restando le nostre riserve di principio sulla legittimit della nuova legge.
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BRUNO BUOZZI
"L'Operaio italiano", 26 dicembre 1931.
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LA CONFEDERAZIONE DEL LAVORO ITALIANA IN DIFESA DELLA MANO D'OPERA STRANIERA: PRONTA E SOLIDALE RISPOSTA DELLA C.G.T.
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I giornali di sabato sera hanno annunziato che alla Camera dei deputati francese  stata presentata la proposta di una tassa speciale da applicarsi sulla mano d'opera straniera. Appena venuta a conoscenza di questa proposta, la Confederazione Generale del Lavoro italiana ha inviato alla consorella francese la seguente lettera:
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"Cari Compagni della C.G.d.L. francese,
nella relazione presentata alla Camera dal deputato Jacquier sul progetto di legge tendente al ristabilimento dell'equilibrio del Bilancio, leggiamo il seguente articolo:
"Art. 27 ter (nuovo). - Allorch, in un dipartimento, la percentuale dei disoccupati francesi di una professione ecceder il 5 per cento, l'assuntore di mano d'opera straniera della detta professione pagher una tassa di 5 franchi per ogni giornata di lavoro fornita da questa mano d'opera".
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Come potete immaginare, questo articolo ha sollevato, fra i lavoratori stranieri in Francia, la pi viva apprensione. La ragione  ovvia.
La situazione degli immigrati  gi estremamente grave. Dove il lavoro diminuisce, gli stranieri sono i primi ad essere licenziati; ed ogni giorno ci vengono segnalati casi di imprenditori che domandano pubblicamente della mano d'opera, ma che respingono sistematicamente gli stranieri che si presentano sui cantieri o nelle officine a chiedere del lavoro.
Ora, se la Camera approvasse l'articolo in questione, questa situazione diventerebbe ancora pi grave, senza alcun profitto - a nostro parere - per la Francia.
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 opportuno rilevare che la crisi ha gi allontanato un numero di stranieri assai superiore a quello risultante dalle statistiche ufficiali. Tutti coloro che avevano dei parenti o qualche possibilit di esistenza nel loro paese d'origine, sono partiti appena colpiti dalla disoccupazione o dalla riduzione delle ore di lavoro.
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D'altra parte, i rimasti sono in grande maggioranza degli operai che hanno trasferito le loro famiglie in Francia o che si sono creati una famiglia in Francia, che risiedono da lunga data in Francia o dei rifugiati politici, cio dei lavoratori che nel loro paese d'origine sarebbero, oggi, ancora pi stranieri che nel vostro. Si tratta, insomma, di "franciss" che non sono nella condizione di abbandonare volontariamente la Francia; e se la tassa proposta venisse applicata, verrebbero a trovarsi in gran parte ridotti ad una disoccupazione senza fine e quindi a carico dei "fonds de chmage". Questa situazione, infine, condurrebbe fatalmente a dei "refoulements" in massa, con danno evidente del buon nome della Francia.
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La nostra organizzazione si asterr da ogni manifestazione pubblica. Essa conta tuttavia sulla vostra solidariet, nella certezza che farete il possibile per evitare che la tassa proposta divenga legge.
Gradite, cari compagni, i nostri saluti pi fraterni.
Per la Confed. del Lav. Italiana
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Bruno Buozzi, segretario".
"L'Operaio italiano", Parigi, 28 ottobre 1933.
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CAMILLO PRAMPOLINI.
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Il proletariato italiano ha perduto il suo apostolo pi puro e il suo miglior maestro.
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LA GIOVINEZZA.
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Camillo Prampolini era nato a Reggio Emilia il 27 aprile 1859. Della sua famiglia, abbastanza agiata e molto civile, lo Zibordi dice che "pi alto assai del livello economico era quello morale e intellettuale". Il padre, ragioniere al comune di Reggio, era un conservatore fermo nelle sue idee, ma riguardoso verso le sincere opinioni altrui. Per il figlio aveva un affetto profondo, del quale era ricambiato. La madre "bellissima di persona come d'animo", piena di bont, di finezza e d'abnegazione contribu potentemente a fare di Camillo Prampolini l'uomo che doveva essere un modello di virt civiche e private. A scuola il Nostro era tra i migliori.
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Ma pi avanzava negli anni, e pi diminuiva la passione per lo studio scolastico e pi cresceva l'inclinazione allo studio libero. A 13 anni dubitava gi delle verit religiose. Un giorno che la servente s'era scottata al focolare, e, per dare un'idea del brucior che sentiva, nomin l'inferno, il ragazzo disse: "Ma se non c' l'inferno!". Il padre, che gli era dietro, gli diede una solenne quanto inutile ramanzina! A 17 anni Camillo abbandonava per sempre ogni credenza religiosa e si avviava verso il socialismo, questa nuova pi vera e pi umana religione che doveva essere la passione della sua vita.
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All'universit gli insegnano che il diritto di propriet non ammette il diritto al lavoro. "Il diritto di propriet  la base della societ civile. Senza di esso non vi  societ possibile, non vi  ordine. Ammettere il diritto al lavoro significherebbe negare il diritto di propriet: dunque il diritto al lavoro non  ammissibile; non esiste n potr esistere mai".
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Questa proposizione ripugna subito alla sua adamantina coscienza assetata di giustizia. Si convince che tale diritto di propriet  iniquo e che da esso sgorgano tutte le altre iniquit. Poich negar il diritto al lavoro significa negare il diritto alla vita pei non possidenti - scrive Prampolini nella sua tesi di laurea - ci ripugna a quel sentimento della giustizia che ebbe le sue maggiori manifestazioni nel movimento e nei principii del cristianesimo (che egli pi tardi, esalter per combattere le gerarchie della chiesa) e in quelli della rivoluzione francese. Dunque il diritto di propriet  inumano, contrasta con gli interessi e con la volont delle masse, e perci deve fatalmente cadere.
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VERSO IL SOCIALISMO.
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 in questo momento - aggiunge Zibordi - che la febbre della nuova fede divampa. Egli ne  invaso e inebriato, perch ha trovato la verit, ha acquetata la coscienza in una sublime certezza, ha trovato uno scopo alla sua vita. "Egli era stato, fin alla soglia della giovinezza, un conservatore convinto, perch credeva nella bont del regime borghese. Divent un ribelle quando gli si pales, attraverso un particolare aspetto della realt borghese, il cannibalismo che in essa  implicito. La questione del diritto al lavoro fu come l'apertura di una finestra su tutto il panorama della iniquit del sistema capitalistico. Fu veramente in quest'inizio e per non breve tempo una accensione dell'animo, paragonabile a un fervido amore entrato nell'animo come un colpo di fulmine; fu una febbre piena di gioia e di tormento, una idea fissa, assorbente, che gli riempiva l'anima e non gli lasciava tregua; una letizia sconosciuta, di sentirsi adagiato in una verit sicura ed alta, di avere alfine uno scopo alla vita". Ed a questo scopo Camillo Prampolini si pu ben dire che dette tutta la sua vita con una dedizione che potr essere uguagliata, ma non mai superata. Le pagine in cui Zibordi descrive gli inizi tormentosi della attivit politica di Prampolini, sono di una rara bellezza. Riassumerle  impossibile. Meglio riportarne qualche brano.
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"In quegli inizi, il candido ardore della sua fede lo portava a credere che tutti i compagni fossero come lui, e che chiunque si dichiarasse socialista fosse per ci solo degno di piena fiducia. Perci ricevette una delusione non lieve quando, sul finire del 1882, consent a visitare la sede del gruppo socialista della citt. Una piccola stanza poco illuminata e poco pulita; scarsa civilt di contegno; non tutte le facce dei soci tali da ispirare fiducia. Ma subito trov tutte le giustificazioni a quelle deficienze: la povert, l'ignoranza, il sistema sociale. Non gliene venne dispregio, ma piet; non sent repulsione, ma pi vivo ardore e dovere di innalzare i fratelli".
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PADRE E FIGLIO DI FRONTE.
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Nella piccola e tranquilla citt emiliana la sua conversione fu argomento di non poche conversazioni. Quando dalla teoria pass alla vita militante, lo stupore fu ancora maggiore. Il giovane Prampolini, laureato, di famiglia per bene, collaborava a un giornale, cio a un libello, Lo Scamiciato, nel quale, in una rubrica intitolata "La Berlina", si denunciavano le porcherie dei signori!
Un giorno il padre lo chiam, con visibile pena.
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- Mi dicono che tu scrivi nello Scamiciato, - gli disse.
- S, - rispose Prampolini fra lo stupore, il dolore e l'incredulit del padre.
- Tu, scrivi nello Scamiciato?!
- S; e tu lo leggi?
- No.
- E allora, come puoi giudicarmi? Leggilo! Neppure io approvo sempre tutto ci che vi si stampa; ma vi sono pure cose oneste e buone.
- Me l'han detto.
- Ebbene; supponi che queste cose le scriva io 
Il colloquio prosegu drammatico. Il padre chiese al figlio se era vero che frequentava la sede socialista. Avutane risposta affermativa, lo invest cos
- Come, vai tra quella gente? Son tutte canaglie!
- Non  vero, - rispose fieramente il Nostro. - Ma se fosse, ci sono anch'io fra loro; dunque non siamo tutte canaglie.
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Pochi anni dopo questo padre diede al figlio una di quelle soddisfazioni destinate a rimanere nell'animo per tutta la vita. Nel 1890 Prampolini fu candidato ed i reazionari lo attaccarono ferocemente anche nella vita intima, dicendo che "era un figlio che viveva alle spalle del padre". Essi non sapevano forse a quale via di rinunce e di lavoro il loro avversario si era dedicato. Comunque, il padre intervenne pubblicamente con una lettera sui giornali, nella quale, dichiarato il suo profondo dissenso dalle idee del figlio, respingeva le accuse malvagie degli avversari, e augurava che "tutti i nostri figli (di noi conservatori) somigliassero al mio". Naturalmente - informa Zibordi - nel giorno delle elezioni gli vot contro.
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L'ORATORE.
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Chi non ha udito parlare Prampolini non pu avere neppure la pi lontana idea di ci che fosse la sua oratoria. Il movimento socialista operaio italiano ha avuto numerosi oratori di primissimo ordine. Ma nessuno mai  riuscito a raggiungere le pi alte vette dell'eloquenza ed a penetrare, nello stesso tempo, cos a fondo e intimamente nell'animo delle folle pi ingenue e meno colte. Neppure Costantino Lazzari, che pure aveva delle facolt di propagandista meravigliose. Ascoltarlo - dice giustamente lo Zibordi nel suo libro - era "un rapimento e un innalzamento d'ordine soprattutto spirituale, indipendente dalla gioia del bel discorso, o dall'entusiasmo di una gradevole illusione o visione suscitata, ma che nasce dall'interno degli animi anche pi umili e rozzi, per un godimento di sentirsi migliori, di intravvedere, non fuori di s, ma dentro di s, una umanit pi bella. La passione che traspariva da ogni sua parola, la suggestivit della persona fisica e del viso, la voce calda, musicale e penetrante, formavano un complesso armonico inimmaginabile".
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Non cercava l'applauso. Anzi, si potrebbe dire che l'applauso lo disturbava. La sua sola preoccupazione era quella di essere semplice e chiaro, in modo da essere compreso dai "pi incolti e chiusi di mente, come il buon maestro guarda non ai primi, ma agli ultimi della scuola". Bastava una circostanza anche di scarso rilievo per permettergli talvolta di avvincere e, soprattutto, di persuadere i suoi ascoltatori. "Cominciava pian piano, terra terra, dal caso singolo locale e contingente, e poi via via il discorso saliva, si snodava, si svolgeva, si ampliava, su, su, in largo, e in alto, dal particolare al generale, dall'episodio al sistema, dal fatto alla legge, dall'esempio alla dottrina, con la scorta e col lume di un marxismo rigorosamente preciso mirabilmente volgarizzato, ascendendo alle vette pi elevate del pensiero e dell'etica socialista; e, senza rifugiarsi l in alto, e rimanervi ad aspettare l'anno 2000, ridiscendeva praticamente, attualisticamente, a indicare anche la possibile azione immediata, il piccolo provvisorio parziale riparo alla necessit pi urgente.
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Ma questo riparo era non solo illuminato di spirito socialista e riferito alle mete finali, ma era sulla strada del fine; riallacciava il reale contingente all'eterno remoto ideale". Raramente si recava a parlare fuori della sua provincia. Egli pensava che bisognava lavorare in profondit, cio per convincere, per formare una nuova stirpe, e non soltanto entusiasmare. E per lavorare in tal modo, la sua piccola provincia gli sembrava fin troppo grande.
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Ma la sua fama di oratore eccezionale si era diffusa ovunque e talvolta, egli accedeva ai reiterati inviti degli amici. Fuori della sua provincia, una delle sue prime conferenze la tenne a Busto Arsizio, dove l'avevano invitato i socialisti di Milano. Fra gli ascoltatori vi furono Turati, Lazzari, Anna Kuliscioff, Dario Papa e altri i quali ne riportarono "un'impressione di ammirato stupore per il modo affatto nuovo di dirigersi alle masse, con una elementarit e insieme una nobilt di oratoria con una cura di farsi intendere e una passione cos ardente di convincere, che lo trasfigurava e gli costava sofferenze inaudite".
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IL GIORNALISTA.
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Intanto le sue qualit giornalistiche si erano affinate e non erano inferiori a quelle dell'oratore e del propagandista. Lo scamiciato fin per essere affidato quasi esclusivamente a Prampolini. Egli ne fu il compilatore, il correttore, l'amministratore e il fattorino insieme. In seguito il giornale sub due trasformazioni. Con la prima divenne Reggio nova. Con la seconda divenne quella Giustizia che per quarant'anni irradi di luce socialista la sua provincia, che il fascismo distrusse e che nel giorno della riscossa i socialisti faranno risorgere come omaggio a colui che ne fu l'incomparabile primo compilatore.
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Come abbiamo detto le qualit dello scrittore non erano inferiori a quelle del propagandista e dell'oratore. I suoi articoli - come dice esattamente lo Zibordi - erano di una perspicua semplicit e di una fluida naturalezza. Le corrispondenze, che riempivano spesso molta parte del giornale, riuscivano un modello d'arte umile e profonda per condurre il suo pubblico meno istruito a capire, a formarsi una coscienza socialista dei fatti, degli episodi, dei casi anche minimi della vita. "Ci che per altri sarebbe stato pettegolezzo o diatriba polemica personalistica e locale, sotto la sua penna di revisore correttore e commentatore diventava un articolino di propaganda, incitatore ed educatore.
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La minuscola corrispondenza del villaggio diveniva oggetto d'interesse e di elevazione non solo per quelli del luogo, ma per i lettori in genere della Giustizia. Egli la liberava dal meschino movente locale e personale, la portava in alto, mettendola in giusta luce, in retta prospettiva, accomodando, allargando, ponendo in rilievo, dando il tono, sottolineando con una parola, con una riga di commento che infondeva l'anima socialista e il sentimento civile nella pi banale cronaca di paese. I lettori, invece di essere tratti alla faticosa astrazione delle idee, trovavano il ragionamento e il principio intorno a un fatto umile, noto, che li toccava da vicino. E poich quei fatti erano a un dipresso i medesimi in ogni luogo, tutti ne traevano lume di coscienza e guida al giudizio politico".
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Un uomo che esplicava tale attivit non poteva essere beneviso dalla classe padronale della sua citt. E qui vale la pena di ricordare che Prampolini fece l'impiegato e che, per le sue idee, venne colpito da diversi licenziamenti. Egli fu ispettore di una compagnia di assicurazione; e poich fra assicurazione e socialismo trovava qualche analogia, il Nostro si abbandonava ad una duplice propaganda che, in verit, riusciva pi efficace e redditizia dal lato politico che da quello degli affari. Per ci la direzione della societ lo licenzi.... garbatamente. Nel 1889, vincendo un regolare concorso, fu nominato vice-segretario della Camera di Commercio della sua citt a 90 lire al mese. Per un uomo delle sue modeste abitudini era la ricchezza, era la possibilit di dedicare gratuitamente tutta la sua attivit extra ufficio alla divulgazione delle sue idee politiche. Ahim! la cuccagna non doveva durare molto. Nel 1896 i reazionari si impadronirono della Camera di Commercio, e per liberarsi di Prampolini col minor scandalo possibile, soppressero il posto che egli occupava.
Ma ormai le fondamenta di quello che fu poi il magnifico movimento operaio reggiano erano solidamente piazzate.
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L'EDUCATORE DEI CONTADINI.
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Camillo Prampolini dimostr coi fatti come si possa essere insieme idealisti e realizzatori. La sua provincia era una delle meno adatte per dare vita ad un movimento socialista. In essa mancavano tanto la grande industria quanto la media. Nelle campagne non vi era grande propriet e quindi mancava quel bracciantato che nelle provincie finitime di Mantova, Modena, Ferrara, ecc., facilitava la costituzione di leghe di resistenza e la lotta di masse numerose per la conquista di migliori condizioni di lavoro. La provincia di Reggio Emilia, scrive Zibordi, "ha una forma di conduzione agricola prevalentemente familiare. Il fondo si aggira su le 50 biolche (circa 15-20 ettari); e se nella collina e montagna vi  la piccola propriet povera, e se nella bassa pianura verso il Po vi  il latifondo, il nucleo maggiore  formato di fondi condotti a mezzadria o in affitto da una famiglia di agricoltori conduttori coltivatori diretti del suolo".
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Prampolini cap che, in siffatto ambiente, non sarebbe stato possibile formare un largo movimento socialista limitandosi a costituire dei sindacati o delle leghe di resistenza, come si diceva allora, composte soltanto di salariati. Cap che bisognava "allargare, non restringere" la sfera di dominio della sua idea e della sua azione tenendo conto della situazione reale della provincia e degli interessi contingenti e comuni, s'intende senza mai nascondere l'intera bandiera della sua fede. Cos sostenne che bisognava organizzare i piccoli proprietari ed i mezzadri, che bisognava tentare di costituire cooperative di consumo, di lavoro e consorzi agricoli per offrire la possibilit agli agricoltori di facilitare la vendita dei loro prodotti e l'acquisto di quanto ad essi occorreva per lavorare e per vivere.
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Sorse cos una Societ Contadini, che in pochi anni riusc a migliorare straordinariamente le condizioni dei suoi aderenti. Poi i contadini "divennero indifferenti ed ostili ai socialisti, si trovarono in conflitto d'interessi coi braccianti proletari; e furono facile preda dei conservatori e dei preti". Forse il miglioramento era stato troppo rapido e per non sufficientemente apprezzato. Per, in fondo all'anima di essi qualche cosa, dell'antica propaganda prampoliniana, era rimasto. E quando, dopo la guerra, i proprietari delle terre invidiosi di vedere il villano guadagnare lautamente dalla vendita dei prodotti tentarono di aumentare abbondantemente gli affitti, il conflitto fra i signori che possedevano la terra ed i contadini che la lavoravano, si manifest ampiamente e, nell'estate 1920, culmin in uno sciopero memorabile che il movimento socialista proletario promosse e guid.
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I contadini erano tornati, come vent'anni prima, sotto l'egida dei socialisti. Ad essi i socialisti chiesero "di esser larghi di lavoro e di eque mercedi ai braccianti, e di temperare le loro pretese di venditori di prodotti". La richiesta venne accolta. Quello che appariva un sogno, cio la solidariet fra produttori e consumatori, nella provincia di Reggio Emilia stava per diventare realt concreta e durevole. A distruggere il lavoro di parecchi decenni, a riconsegnare il contadino all'arbitrio dei proprietari di terre, ad abbandonare il consumatore alla merc dello speculatore, intervenne la vandalica furia fascista.
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L'EDUCATORE SINDACALE.
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Largamente favorite dalle amministrazioni comunali socialiste, anche nella provincia di Reggio Emilia sorsero e si svilupparono importanti industrie. Il grande stabilimento delle "Officine Meccaniche", ad esempio, occup fino a 3000 operai. Ma i lavoratori reggiani erano gi spiritualmente, magnificamente preparati per l'organizzazione sindacale. E si pu dire che i sindacati degli addetti alle industrie nacquero gi adulti.
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Fin dagli inizi raccolsero, e conservarono poi attraverso tutti gli eventi, una percentuale di organizzati raramente raggiunta altrove. Fino al 1925 edili e metallurgici conservarono pressoch intatti i loro quadri, mentre altrove, persino nei grandi centri industriali lombardi, piemontesi e liguri, il numero degli organizzati era precipitato. E si trattava di organizzati sul serio, paganti regolarmente le quote come degli scandinavi!
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Occorre dire subito che i lavoratori reggiani, le pecore reggiane, non furono ammirevoli soltanto nel pagamento delle quote. Essi furono altres ammirevoli per combattivit, energia e spirito di solidariet; e sempre con una linea che in taluni ambienti ultrarivoluzionari era criticata... forse perch invidiata.
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I consigli di fabbrica e di azienda, i commissari di reparto, che i seguaci di Mosca credettero di inventare nell'immediato dopoguerra, a Reggio Emilia esistevano da qualche decennio.
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Nel reggiano la mala pianta del demagogismo e del facilonismo non attecchiva. Le azioni incomposte ed impulsive erano sconosciute. I disorganizzati non erano trascurati, ma non si ammetteva che inscenassero scioperi o capeggiassero movimenti. Gli scioperi proclamati senza che prima l'organizzazione avesse detta la sua parola, non si verificavano. L'educazione sindacale prampoliniana si pu riassumere in questa formula: se si crede nella organizzazione, bisogna lasciare ad essa l'onore e l'onere di decidere qualsiasi azione; seguendo altra via, si diminuisce il prestigio, e quindi la forza della organizzazione, sia di fronte al padronato sia di fronte ai lavoratori. Seguendo questi criteri, ogni azione era il frutto di serene discussioni e di maturate riflessioni; per, una volta deliberato si andava fino in fondo, con grande fermezza e senza nervosismi. Seguendo questi criteri i lavoratori reggiani non fecero molti scioperi; per quelli che fecero li vinsero.
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Della loro forza e delle loro opere non menarono mai vanto. Non si impancarono mai a maestri, ed avrebbero potuto farlo come pochi altri. Nei congressi nazionali la loro compostezza era proverbiale. La critica negativa, e tantomeno aspra, non era di loro gusto. Preferivano l'esposizione dei fatti ed il loro esame obbiettivo. Non dicevano: fate come noi; pacatamente, preferivano dire: noi abbiamo fatto questo, vedete se la nostra esperienza pu essere utile.
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Altre zone prevalentemente agricole come il reggiano seppero creare un movimento forte, organico, integrale, stupendo. Citiamo per tutte Ravenna e Molinella. Ci sia permesso di dire che nessuno di questi movimenti seppe essere veramente universale come quello reggiano. In altre zone il giustificato orgoglio generato dalla bellezza delle opere compiute incrinava talvolta il movimento di un certo spirito localista, non sempre in armonia colle direttive delle organizzazioni nazionali. Nel reggiano questo non avvenne mai. Lo sforzo di armonizzare le esigenze locali colle esigenze nazionali fu sempre cos intenso che mai le federazioni nazionali ebbero ragioni di conflitto colle loro sezioni del reggiano. I dirigenti reggiani - da Vergnanini a Bellelli, da Rinaldi a Vandelli - per quanto valorosissimi, non ebbero mai la minima preoccupazione di vedere diminuito il loro prestigio dall'intervento dei rappresentanti delle federazioni nazionali. E quando un segretario di federazione nazionale si recava a Reggio per un movimento o uno sciopero, sapeva a priori di poter contare sulla pi cordiale generosa collaborazione di tutti i dirigenti locali, ivi compresi i loro maestri: Prampolini e Zibordi; sapeva di recarsi in un ambiente ideale, nel quale il lavorare procurava una gioia immensa.
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L'EDUCATORE COOPERATIVO.
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Ricordare, mettere in luce i miracoli che seppe compiere la cooperazione nel reggiano, nei pi svariati campi, del consumo, del lavoro e della produzione, richiederebbe diversi numeri di giornale. Limitiamoci a qualche episodio.
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Una volta i muratori reggiani furono costretti allo sciopero e, appena parve chiaro che la resistenza padronale sarebbe stata lunga, la loro organizzazione pens di sostituirsi agli imprenditori. Difatti in poche settimane la cooperativa muratori - sorretta da tutto il movimento sindacale e cooperativo della provincia - riusc ad imporsi a tal punto che, quando lo sciopero fin, gli imprenditori si trovarono due volte sconfitti: dovettero concedere ci che avevano negato e constatarono che molti dei loro clienti erano stati definitivamente conquistati dalla cooperativa. Durante lo sciopero il movimento cooperativo comp un altro miracolo: costru, a suo rischio, numerose villette, le quali, oltrech concludersi in un buon affare, diedero notevole impulso al rinnovamento edilizio della citt.
In altra epoca il movimento reggiano riusc persino a costruire, attrezzare e gestire una linea ferroviaria: la Reggio-Ciano, superando ostacoli ed opposizioni formidabili.
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Oh! certo, non sempre le cose andarono pacificamente. Il movimento reggiano attravers anch'esso le sue crisi. Ma seppe vincerle, meravigliando i pi ottimisti. Memorabile quella del "Consorzio di Consumo", istituzione, scrive Zibordi, "genialmente concepita ma prematuramente attuata". Tale Consorzio, precorrendo eccessivamente lo sviluppo delle parti che lo componevano, e secondando l'aspirazione della classe lavoratrice d'ogni singolo paese a costruirsi la casa sua, sub gli effetti delle esagerate immobilizzazioni in confronto dei capitali su cui poteva effettivamente contare, e nel 1912 dovette esser posto in liquidazione. "Fu quella - scrive sempre Zibordi - la prova del fuoco della saldezza di fede, di coscienza, di solidariet dei lavoratori reggiani. Fu la malattia che mise al cimento la robusta costituzione dell'organismo. Con concordia di sforzi magnifici tutto il movimento della Provincia partecip ai pesi e ai sacrifici. Rare e brevi le critiche e le recriminazioni; nessuna divisione o diatriba... Per quel rovescio, la stampa avversaria, che aveva iniziato la messa di requiem per tutto il movimento economico e politico reggiano, si affrett a tacere quando vide che, a differenza di tante aziende capitalistiche, il proletariato si accingeva ad assumere intere le conseguenze del suo infortunio, soddisfacendo al completo i creditori" e sforzandosi di trarre i dovuti ammaestramenti dagli errori compiuti.
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La rinascita fu stupenda. Abbiamo sotto gli occhi l'"Almanacco dei cooperatori" edito nel 1922 dalla Lega Nazionale delle Cooperative. In una piccola provincia come quella di Reggio, nel 1920 si ebbero queste cifre.
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Importo vendite delle cooperative di consumo: 53 milioni e 200 mila lire.
Ettari di terreno condotti dalle cooperative: 1953.44.25.
Cifra d'affari del Consorzio e della Federazione delle Cooperative di produzione e lavoro: 42 milioni e 72 mila lire.
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COME EDUC ALLA SOLIDARIET.
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Dello spirito di solidariet da cui erano animati i lavoratori reggiani, Zibordi, nel suo libro, scrive scultoreamente. Citiamolo un'ultima volta: "Quei lavoratori intendevano il socialismo come una vera ascesa morale oltrech economica, e si prefiggevano di preparare un mondo e di vivere essi stessi un'esistenza migliore di quella della societ borghese fondata sulla concorrenza e sul lucro; nella concordia e nella solidariet, che essi sentivano e praticavano non solo nell'ambito della loro Provincia, ma della nazione e dell'Internazionale.
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Le cifre di sottoscrizione per l'Avanti!, per il Partito, per ogni occasione di lotta, di calamit anche non strettamente di parte o di classe; per gli scioperi, per le agitazioni operaie; l'accoglienza fatta, il 1 Maggio 1908, ai bambini di Argenta; quella grandiosa del 1 gennaio 1920, ai bambini di Vienna affamati dopo la guerra; il senso di altruismo, pronto, vivo, generoso, obbiettivo, umano prima che di colore politico o proletario o al di sopra di esso, sono prove commoventi di questa educazione formata da un socialismo che voleva essere scuola di elevazione morale oltre che di rivendicazione di una classe".
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In queste parole non vi  ombra di esagerazione. Ed agli esempi citati da Zibordi se ne potrebbero aggiungere numerosissimi altri. Eccone uno.
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Nel 1919, quando si tratt di conquistare i minimi di salario dei metallurgici, a Reggio Emilia sarebbe stato facile stipulare un ottimo accordo, senza un giorno di sciopero, tanta era la convinzione negli industriali che ogni loro resistenza sarebbe stata inutile. La situazione richiese alla F.I.O.M. di combattere la sua battaglia contemporaneamente in diverse regioni, compresa l'Emilia, ed i metallurgici reggiani scioperarono per oltre due mesi, per gli altri pi che per loro, con una fermezza ed una serenit incomparabili. A differenza di ci che avvenne in altre localit, Reggio non sorse mai a chiedere l'estensione dello sciopero dei metallurgici o lo sciopero generale di solidariet. Certi nervosismi, certi fieri atteggiamenti, che quasi sempre nascondono la propria intima debolezza e la paura della sconfitta, nel reggiano erano sconosciuti.
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A proposito di sciopero generale, in nessuna provincia se ne discusse poco come in quella di Reggio Emilia. Ma quando la Confederazione Generale del Lavoro e il Partito Socialista credettero opportuno ricorrervi, in nessuna provincia forse, come in quella cresciuta alla scuola di Camillo Prampolini, lo sciopero generale venne attuato con tanta disciplina e compattezza. Si pu ben dire che la provincia di Reggio Emilia fu sempre larghissima di solidariet verso quanti ne ebbero bisogno, senza chiedere mai nulla per s.
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Di questo miracolo sarebbe ridicolo dare il merito soltanto ad una persona. Nel movimento reggiano i dirigenti valorosi furono una folla. Ma dell'uno e degli altri Camillo Prampolini fu l'apostolo, il maestro, il consigliere, l'incitatore, la guida riconosciuta ed idolatrata. E il giorno in cui ritorneremo in Italia ci recheremo a deporre i fiori purpurei della nostra fede sull'urna che contiene le sue ceneri, onde ispirarci al suo altissimo esempio.
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BRUNO BUOZZI.
"L'Operaio italiano", 16 agosto 1930.
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UNA RIUNIONE DEL CONSIGLIO DIRETTIVO DELLA CONFEDERAZIONE GENERALE DEL LAVORO.
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Il 4 novembre si  riunito il Consiglio Direttivo della Confederazione Generale del Lavoro, presenti i consiglieri Quaglino, Sardelli, Azzi, Burgassi, Sangiorgi e il Segretario Buozzi. Assente Gambini. L'importante riunione ha esaminato i seguenti argomenti:
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LE COMUNICAZIONI.
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1) Il segretario Buozzi comunica una lettera del consigliere Burgassi nella quale si lamenta: a) che in occasione dell'anniversario della marcia su Roma il Comitato Esecutivo abbia emanato un manifesto ai lavoratori italiani senza sottoporlo all'approvazione del Consiglio Direttivo; b) che nello stesso manifesto si sia fatta l'apologia del Governo Laburista inglese, del quale il Burgassi dichiara di condannare l'opera. Il Segretario ritiene ingiuste entrambe le lamentele. Il manifesto  stato chiesto d'urgenza dai compagni residenti in Italia e il C.E. non ha avuto il tempo e non ha visto la necessit di sottoporlo all'esame del C.D. Non crede che il C.E. debba sottoporre preventivamente tutte le sue pubblicazioni al C.D., salvo che si tratti di documenti che investono il programma e le direttive della Confederazione. Quando si tratter di questo, il C.E. convocher il C.D., cos come ha sempre fatto nel passato. In quanto al secondo appunto, il Segretario rileva che nel manifesto non  contenuta l'apologia di alcun governo. Vi sono citati due dati di fatto dai quali risulta che in Inghilterra e in Germania i disoccupati sono trattati e sussidiati assai meglio che in Italia, dati di fatto che smentiscono in pieno il bluff fascista a proposito della disoccupazione e che non vede per quale ragione debbano essere taciuti.
Il Consiglio prende atto.
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2) Il Segretario informa che, in questi ultimi tempi, la distribuzione di stampa clandestina in Italia si  intensificata ed estesa. Fra la massa operaia la richiesta di stampati di carattere sindacale , si pu dire, febbrile. La C.G. d.L. cerca di soddisfare tale richiesta con manifesti che vengono stampati tanto in Italia quanto all'estero. Pure in Italia, con l'aiuto dell'Internazionale dei trasporti, sono stati distribuiti diversi numeri dei giornali "Il tramviere", "La tribuna dei ferrovieri" e "Il lavoratore del mare".
Sull'argomento si svolge una discussione della quale, per evidenti ragioni di prudenza, non  opportuno dare dettagliata pubblicazione. Il C.D. ad ogni modo prende atto con viva soddisfazione del risveglio che si denota fra i lavoratori italiani.
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PROPAGANDA IN ITALIA E ASSISTENZA AGLI EMIGRATI.
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Il C.E. comunica che ha aiutato la costituzione di un Comitato di soccorso costituito coi rappresentanti degli organismi sindacali e politici antifascisti che fanno capo alla Concentrazione. Il Comitato ha lo scopo di disciplinare l'assistenza degli italiani che vengono in Francia. Ad esso hanno anche aderito ed assicurato contributi diverse personalit non appartenenti ai suddetti organismi. Burgassi dichiara che avrebbe preferito che la Confederazione avesse fatto da se stessa, costituendo un proprio Comitato. Interloquiscono tutti i presenti, dimostrando che, per ragioni di mezzi e di altro genere, la soluzione adottata  la pi conveniente.
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Il Segretario riferisce poi lungamente in merito alla grave situazione creatasi in questi ultimi mesi a causa della mutata politica dell'emigrazione del Governo fascista, della quale "L'Operaio" si  ripetutamente occupato. Sull'argomento si svolge un'ampia discussione alla quale partecipano tutti i presenti. A conclusione di essa si d mandato alla segreteria di compilare un manifestino da distribuirsi in Italia, nel quale siano messe in rilievo le malefatte del Governo fascista e rivolto invito agli italiani di rimanere in patria promovendo agitazioni per ottenere lavoro e riconquistare la libert.
(Il manifestino  gi stato distribuito in Italia a migliaia di copie ed  pubblicato in altra parte del giornale).
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I RAPPORTI CON LA F.S.I.
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In merito ai rapporti colla Federazione Sindacale Internazionale, il Segretario ricorda la deliberazione presa dal Congresso di Stoccolma in favore dei paesi senza democrazia. Tale deliberazione, pur essendo nelle sue linee generali ottima, non contiene precisazioni. Invita genericamente le organizzazioni aderenti all'Internazionale di Amsterdam ad aiutare il movimento dei paesi senza democrazia, raccomanda il "Fondo Matteotti" istituito dall'Internazionale Operaia Socialista, ma non indica in termini precisi quali sono i rapporti che devono intercorrere fra le organizzazioni dei paesi senza democrazia, la F.S.I. e il Fondo Matteotti. Nel settembre scorso l'Esecutivo confederale ritenne suo dovere inviare alla F.S.I. un motivato memoriale del quale il Segretario d lettura. In esso, oltre ad un'ampia esposizione sulla situazione italiana e sulla possibilit di un'azione sindacale in Italia, sono contenute proposte concrete tendenti a dare applicazione pratica alle deliberazioni di Stoccolma. Tale memoriale venne ampiamente discusso in una seduta del Bureau della F.S.I., tenutasi il primo ottobre, alla quale fu invitato a partecipare anche il compagno Buozzi.
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Questa riunione si chiuse con la votazione di un sussidio temporaneo alla Confederazione italiana e colla decisione che la F.S.I. entrer a far parte ufficialmente dell'amministrazione del Fondo Matteotti. A questo Fondo il Bureau della F.S.I. deliber di fare un primo versamento di 10.000 fiorini olandesi. D'ora in avanti il Fondo Matteotti sar amministrato da una Commissione composta di 3 rappresentanti dell'Internazionale sindacale e di 3 dell'Internazionale socialista; ad esso dovranno affluire tutte le somme che vengono raccolte a favore del movimento socialista e del movimento sindacale di classe dei paesi senza democrazia; ad esso dovranno rivolgersi le organizzazioni politiche e sindacali di classe che hanno bisogno di aiuto.
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Sulla relazione del Segretario si svolge un'ampia discussione alla quale partecipano tutti i presenti. Burgassi ritiene che, nei riguardi della battaglia contro il fascismo, la F.S.I. si sia dimostrata deplorevolmente inferiore al suo compito. Sardelli ritiene anch'esso che sia stata insufficiente. Azzi, Sangiorgi, Quaglino e Buozzi aggiungono osservazioni, dopodich si d mandato alla segreteria di allacciare rapporti col "Fondo Matteotti".
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PROPOSTA DI UN CONVEGNO DI EMIGRATI.
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Il Segretario comunica al C.D., perch di sua competenza, la seguente lettera inviatagli dal consigliere Burgassi:
La situazione in Italia si fa giorno per giorno pi oscura; avvenimenti, il di cui carattere e fine  difficile prevedere, possono scaturire da un momento all'altro; la Confederazione del Lavoro non pu farsi superare dagli avvenimenti stessi; essa al contrario deve studiare e basare la sua azione per un lavoro positivo d'organizzazione e di lotta: la sua costituzione, il suo scopo, i suoi fini, prettamente unitari e classisti, debbono fino da questo momento metterla in guardia per gli sviluppi che la lotta antifascista pu prendere in Italia per l'abbattimento del regime fascista.
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Io penso che tu e i compagni tutti del C.D. confederale converrete con me nella necessit di convocare un Convegno generale di tutti gli operai italiani emigrati all'estero in conseguenza del terrore fascista e che in Italia furono devoti ed entusiasti militanti della C.G.d.L. Questi sono delle migliaia e fra questi non pochi ricoprirono in seno ad essa posti di responsabilit direttiva del movimento sindacale in Italia; non pochi,  vero, un giorno varcato il solco del terrorismo fascista hanno preferito appartarsi dal posto di lotta e di battaglia contro il regime, altri invece e non degli ultimi militano nei ranghi dei diversi partiti di avanguardia e sono pieni di volont e di entusiasmo per la rinascita e l'attaccamento alla Confederazione del Lavoro con la quale vogliono cooperare e fare il massimo sforzo per operare sul posto della lotta in Italia.
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Ormai  quattro anni che la Confederazione ha trasferito i suoi uffici all'estero e per il momento non possiamo sapere quanto tempo ancora pu durare il suo esilio.  necessario dunque prendere contatto con la massa operaia organizzata, farle sapere quale  stato il lavoro fatto e soprattutto quale pu essere quello che ci proponiamo di fare per contribuire e facilitare l'abbattimento del fascismo e la rinascita del movimento sindacale in Italia. Lo stato di fatto esistente, ossia che il C.D. possa agire e parlare in nome della classe operaia italiana e del massimo organismo che essa possedeva, senza che essa venga consultata (almeno una parte, quella emigrata, se  difficile per quella rimasta in Italia), non pu durare eternamente e neppure prolungarsi ulteriormente.
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A quel Convegno non si tratter di modificare la struttura statutaria e gli scopi per i quali la Confederazione  sorta, al contrario si dovr ribadire i suoi principii e la necessit di meglio attrezzarsi per la lotta odierna: mantenimento dunque nelle linee generali della sua fisionomia unitaria quale organismo nazionale e internazionale. A quel convegno per si dovr ascoltare e farne tesoro dei suggerimenti che vecchi militanti sindacali possono portarci a fine di bene per il proletariato italiano e vagliare l'importanza per la sua pratica attuazione. L'azione pubblica che oggi il C.D. confederale svolge attraverso i suoi atti o scritti sull'"Operaio Italiano" non  pi sufficiente n risponde alle esigenze del momento, bisogna intensificare la lotta classista unitaria antifascista, per conseguenza penso che nessuno di voi oser negare l'importanza della mia proposta, n opporsi, perch ritengo che se ci faceste vi assumereste una grave responsabilit di fronte al proletariato emigrato o restato in Italia.
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IL PENSIERO DEL COMITATO ESECUTIVO.
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Il Segretario Buozzi riferisce che il Comitato Esecutivo ha esaminato colla massima attenzione la proposta Burgassi e ritiene che non possa essere accolta. Un Convegno di tutti gli operai italiani emigrati che furono militanti della C.G.d.L.  impossibile, e, se convocato, non offrirebbe alcuna garanzia di seriet. In tutte le parti del mondo esistono degli italiani che potrebbero essere convocati a discutere delle sorti della Confederazione, magari dei nemici della medesima. I partiti italiani di avanguardia hanno potuto convocare dei convegni all'estero per la semplice ragione che, all'estero, hanno delle sezioni e dei soci; a partecipare ai convegni per hanno convocato, giustamente, soltanto i compagni che vi aderiscono attualmente, e non gi quanti vi aderirono nel passato in Italia. La C.G.d.L. non pu convocare gli aderenti che aveva in Italia per le stesse ragioni per cui non procedono ad uguale convocazione i partiti. Com' noto, poi, essa non ha all'estero n sezioni n soci, in quanto gli emigrati devono iscriversi nelle organizzazioni di classe dei paesi che li ospitano.
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La soluzione che potrebbe offrire qualche garanzia di seriet sarebbe quella della convocazione degli italiani iscritti nelle organizzazioni aderenti alla Federazione Sindacale Internazionale; in tal caso per - a parte la questione dei mezzi necessari - si compirebbe un'ingiustizia contro i compagni che risiedono ad esempio in Australia e nelle Americhe, dove, all'infuori che nella Repubblica Argentina e nel Canad, non esistono organizzazioni aderenti ad Amsterdam. Per ci che si riferisce all'estero, Buozzi  favorevole alla convocazione di riunioni e di convegni di italiani organizzati e di fiduciari. In ogni caso per dovrebbe sempre trattarsi di riunioni di carattere consultivo. E poich attualmente, in Italia, si constata un promettente risveglio, l'Esecutivo confederale ritiene che se la Confederazione ha dei denari da spendere, debba cercare di convocare (e non  il caso di dire dove) dei convegni di compagni residenti in Italia.
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LA DISCUSSIONE.
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Azzi amerebbe sapere esattamente cosa dovrebbe deliberare il chiesto Convegno. Le consultazioni di gruppi sono possibili e consigliabili. Egli ne ha gi fatte.
Quaglino pensa che un Convegno deliberativo all'estero sarebbe un assurdo. Un Convegno coi rappresentanti di tutti i lavoratori italiani sparsi per il mondo  impossibile; soltanto coi rappresentanti degli emigrati in Francia e nelle nazioni vicine, sarebbe inadeguato e ingiusto. Conviene con Buozzi sulla possibilit di convocare convegni consultivi di fiduciari e di gruppi.
Burgassi afferma che le obbiezioni opposte alla sua proposta sono contorte e prive di valore, ma non ne dice la ragione. Consente alle consultazioni di cui ha parlato Azzi le quali non costerebbero nulla.  pure d'accordo sull'idea di convocare convegni di compagni residenti in Italia. Rispondendo ad Azzi, ritiene che il Convegno da lui chiesto dovrebbe discutere dell'azione e del programma della Confederazione sia fino all'abbattimento del fascismo, sia per dopo. Se l'attuale situazione si prolunga ritiene poi che il Comitato non possa rimanere a dirigere la Confederazione senza consultare la massa.
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Sardelli risponde che contorte sono le affermazioni del Burgassi. Se  vero, come  vero, che in Italia si lavora, sono quelli che lavorano in mezzo ad ogni sorta di pericoli che hanno diritto di rivedere eventualmente programmi e direttive, e di parlare sul da farsi con cognizione di causa. Burgassi nella sua lettera riconosce che molti di quelli che furono militanti della Confederazione, venendo all'estero si sono appartati. Ora, concedere a questi appartati dalla battaglia di deliberare sulle sorti della Confederazione e sull'azione da compiere, sarebbe, oltrech un assurdo, un'ingiuria per quelli che lavorano in Italia. Egli non resta al suo posto per soddisfare a delle ambizioni. Ci resta per dovere verso chi lo ha eletto, e se una seria consultazione di compagni residenti in Italia lo invitasse a cedere il suo posto ad altri obbedirebbe colla pi assoluta disciplina.
Azzi ritiene anch'esso impossibile la convocazione del Convegno chiesto dal Burgassi. In ogni caso non vede con quale seriet potrebbe discutere di programmi e di direttive. Ritiene possibili convegni di propaganda e di consultazione. Si associa alle considerazioni di Quaglino e Sardelli.
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Sangiorgi rileva che, secondo la formulazione di Burgassi, al Convegno dovrebbero partecipare anche gli italiani aderenti alle organizzazioni comuniste affigliate a Mosca, e, poich Burgassi annuisce, constata che vi  una ragione di pi per opporsi al chiesto Convegno.
Buozzi riassume la discussione e ricorda che, in fatto di programma, la Confederazione ne ha uno, elaborato ed approvato nel Congresso del 1924, cio in pieno fascismo. Esso contiene delle chiare direttive, sia per l'azione da svolgere contro il fascismo, sia per il dopo fascismo. La base di tale programma  la conquista della libert, della democrazia e del sindacato libero. In ossequio a tale programma, la Confederazione ha aderito alla Concentrazione di Azione Antifascista. Nei riguardi dell'azione da compiere attualmente in Italia, il Comitato Esecutivo ha frequenti rapporti coi compagni residenti laggi ed  orgoglioso di poter affermare che con essi  concorde e completamente affiatato.
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Se i compagni residenti in Italia chiedessero revisioni di programmi e di direttive, il C.E. non esiterebbe un istante a prendere nella massima considerazione le loro richieste. Ma poich esiste l'accordo pi completo, all'Esecutivo incombe il preciso dovere di fare tutti gli sforzi possibili onde procurare ai compagni che lottano e soffrono in Italia stampati, documenti e mezzi di propaganda.
Mentre la discussione sta per chiudersi, Burgassi protesta perch non si  dedicata una seduta speciale alla sua richiesta. Tutti i presenti dichiarano di essere a sua disposizione per riprendere la discussione in un'altra seduta. E poich Burgassi vi rinuncia, la seduta si chiude col rigetto unanime della proposta del Convegno, salvo s'intende il voto favorevole del proponente.
"L'Operaio italiano", 6 dicembre 1930.
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L'ANNUALE PROCESSO AL SINDACALISMO FASCISTA.
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La vigorosa relazione della nostra Confederazione al Gruppo Operaio della XV Conferenza Internazionale del Lavoro
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LA SPIRITUALIT FASCISTA  ANCORA DA CREARE.
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Dal 29 maggio  riunita, a Ginevra, la XV Conferenza Internazionale del Lavoro per discutere l'ordine del giorno di cui abbiamo dato notizia il numero scorso. La delegazione fascista italiana ha gi subito due scacchi.
All'inizio dei lavori aveva fatto spargere la voce che avrebbe abbandonato sdegnosamente la Conferenza, se il Gruppo operaio avesse rinnovato ancora una volta la sua protesta contro la nomina del falso delegato operaio Luigi Razza. Il Gruppo operaio, in completo accordo con la Federazione Sindacale Internazionale, non si  lasciato commuovere e la delegazione italiana ha ritenuto conveniente rimanere a Ginevra.
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Alla Conferenza  in discussione una proposta di aumento del numero dei membri del Consiglio d'amministrazione del Bureau International du Travail, tendente a far posto, nello stesso consiglio, a importanti paesi che oggi non vi sono rappresentati. La delegazione fascista ha fatto sapere che avrebbe votata la proposta soltanto se nel Consiglio fosse stato ammesso il delegato operaio fascista, ma il Gruppo operaio ha risposto ancora una volta picche. Come per il passato, ha escluso tutti i delegati operai fascisti dalle commissioni ed ha rinnovato la protesta contro il delegato Razza.
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In precedenza la Confederazione Generale del Lavoro italiana aveva fatto pervenire al Gruppo operaio una sua relazione. Come il lettore vedr, si tratta di un documento chiaro, preciso, schiacciante che a Ginevra ha fatto grande impressione. Esso segue passo passo il sindacalismo fascista attraverso la sua inonorata vita di strumento di compressione della classe lavoratrice.
Nel prossimo numero daremo il resoconto della discussione che si sta svolgendo a Ginevra mentre andiamo in macchina. Per intanto ecco
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LA RELAZIONE CONFEDERALE.
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Il liberalismo ginevrino del transfuga De Michelis
Nel discorso pronunziato il 24 giugno 1930 a sostegno della convalida del signor Razza, il signor De Michelis, delegato governativo italiano, dichiar "che l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, per rispondere alla sua missione, deve essere aperta a tutte le idee e a tutte le tendenze che si formano sul terreno delle differenti realt nazionali".
A questa concezione liberale noi aderiamo senza riserve. Ed  in omaggio ad essa che ci onoriamo di contestare ancora una volta al signor Razza il diritto di essere considerato delegato degli operai italiani.
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La ragione  ovvia. Perch Ginevra possa essere aperta a tutte le idee e a tutte le tendenze, occorre che nei paesi aderenti alla Organizzazione Internazionale del Lavoro le idee e le tendenze abbiano la libert di esprimersi e di formarsi. Questa libert in Italia non esiste. In Italia ha diritto di cittadinanza soltanto l'idea fascista. E poich, in aggiunta, il sindacalismo fascista  insieme creazione e strumento dello Stato-Partito, noi continuiamo e continueremo a contestare che esso abbia i requisiti necessari per essere riconosciuto in base alla lettera ed allo spirito della parte XIII del Trattato di Versailles. Come per il passato, a sostegno della nostra protesta ci serviremo essenzialmente di documenti di ministri fascisti e di dirigenti sindacali fascisti.
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Le confessioni del duo Bottai-Turataugustolo.
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A pagina 70 del libro La Carta del Lavoro illustrata e commentata (libro che porta la firma del ministro Bottai e dell'ex-segretario del Partito fascista signor Turati) si riconosce "che la mentalit e la spiritualit fascista di tutti gli elementi della vita nazionale"  ancora da creare, e che la "realizzazione della disciplina corporativa presuppone un accordo perfetto fra Partito e Ministero delle Corporazioni". "Infatti - continua il libro - se il Partito  sempre il depositario del pensiero fascista, dopo essere stato il fondatore del Regime, e se il Ministero delle Corporazioni  l'istituto attraverso il quale lo Stato coordina l'attivit delle organizzazioni sindacali ed esercita su di esse la sua sovranit, Partito e Ministero delle Corporazioni sono i naturali organi esecutivi della Rivoluzione fascista".
Chiaro, dunque. E perch non rimangano dubbi sulla "sovranit" che lo Stato-Partito deve esercitare sulle organizzazioni sindacali, l'autore (a pagine 71, 72, 73) continua in questi termini:.

"Per ottenere la sintesi fra sistema sociale e sistema politico si potrebbe credere che basti dare, ai sindacati, dei dirigenti tratti dal Partito. Certo ci  necessario e del resto questa  la linea che si segue in pratica; ma anche quando tutti i dirigenti, grossi e piccini, delle formazioni sindacali saranno tratti dai ranghi del Partito non avremo risolta la questione. Il problema  pertanto di permeare di coscienza fascista l'organizzazione sindacale e non di permeare l'organizzazione politica del Regime di coscienza sindacale.
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"Il Partito non potr perci abbandonare i sindacati a se stessi, fino a quando non saranno scomparsi i residui socialisti che sono ancora numerosi nelle masse operaie urbane. Appare dunque indispensabile il controllo del Partito sulle organizzazioni sindacali, essendo lecito ritenere che soltanto quando si sar formato uno stato d'animo fascista di carattere generale, si potranno identificare sistema politico e sistema sociale nell'attrezzatura dello Stato".
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Da quanto sopra resta dunque assodato: 1) che i dirigenti sindacali devono essere tratti tutti dal Partito; 2) che l'organizzazione sindacale non  permeata di coscienza fascista; 3) che i residui socialisti sono ancora numerosi (noi diciamo che sono sempre la maggioranza dei lavoratori del paese); 4) che perci i sindacati devono subire il controllo e la sovranit dello Stato-Partito fino a quando sar eliminato ogni ricordo di coscienza sindacale libera. E poich questo ricordo nessuna forza umana riuscir mai ad eliminarlo,  evidente che il ritorno alla libert sindacale presuppone il rovesciamento del fascismo.
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IL SINDACATO FASCISTA DIPENDE DALLO STATO.
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Ci sono ancora dei miasmi da disperdere.
Il libro citato  del 1929. Ma dopo la sua pubblicazione la situazione si  ancora aggravata. Anzich rallentare la stretta dei freni il Regime l'ha accentuata.
Dopo la costituzione del Consiglio Nazionale delle Corporazioni, di cui abbiamo parlato l'anno scorso, sono stati costituiti i consigli provinciali. Dalla fase sindacale siamo dunque passati, per dirla con una frase di Mussolini, alla fase corporativa. Ma il regime non  sicuro ed i segni sono evidenti.
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Il 1 agosto 1930, in un discorso pronunziato a Roma, il ministro Bottai rivolgeva queste parole ai dirigenti sindacali: "Ciascuno di voi, entrando nelle corporazioni, deve pensare che  lo Stato che lo chiama a collaborare", quanto dire che non sono i sindacati ad inviare i loro delegati nelle corporazioni.
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Sulla rivista "Critica Fascista", del febbraio 1931, il ministro Bottai  stato anche pi esplicito.
"Ora che l'ordinamento corporativo  arrivato alle sue ultime definitive istituzioni, il Fascismo deve - ci si passi la parola - impadronirsene, immettendovi e traendone la propria classe dirigente, rimovendone gli uomini che vi portano il vizio di origini forse rispettabili ma intorbidite negli anni. Chi non sente ancora in aria il puzzo di un corporativismo o socialista o liberale o plutocratico o demagogico, o paternalista? Bisogna disperdere questi malsani miasmi. Unico rimedio: tutto il corporativismo a tutto il Fascismo".
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Come squarcio di rettorica, passi! Ma esso si spiega soltanto col fatto che l'economia corporativa  tuttora una nebulosa alla quale nessuno presta fede. Molta gente che aveva creduto nelle virt taumaturgiche del fascismo oggi non ci crede pi, e le "pallide ombre del passato" sono spesso fascisti che non giurano pi in verba magistris.
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Merita di essere rilevato che, a dar man forte al ministro Bottai, e quindi a dar ragione a noi, ha incominciato a intervenire anche la Magistratura. In una sentenza emessa dal Tribunale di Milano nel gennaio scorso, si leggono queste massime
"I sindacati sono organi statali, non sono una espressione della classe professionale. Il Sindacato fascista  alle dipendenze dello Stato".
Quanto noi andiamo sostenendo da anni entra dunque perfino nella giurisprudenza. E resta pertanto chiaro - almeno per chi vuol capire - che il sindacalismo fascista rappresenta la pi assoluta negazione del sindacalismo classico, libera espressione della classe lavoratrice. Si noti che a dar valore a questa negazione  intervenuto, il 25 gennaio, "Il Lavoro Fascista", organo dei sindacati fascisti, compiacendosi altamente della "importante sentenza".
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La gara a prostituire i sindacati.
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Bisogna riconoscere che fra i dirigenti sindacali dei lavoratori esiste una vera gara - forse la sola! - a prostituire allo Stato-Partito i sindacati affidati alla loro direzione. Come invasati da una specie di masochismo, essi non iniziano e non chiudono una riunione senza votare telegrammi di devozione e di cieca obbedienza al Duce e al Partito.
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Nei loro discorsi e nei loro scritti la nota dominante non  certo quella della fierezza. Scegliamo qualche fiore.
Il 23 giugno 1930, a Como, il signor Fioretti, presidente della Confederazione Nazionale dei sindacati dei lavoratori delle industrie, affermava "che i congressi sindacali hanno soltanto lo scopo di mettere le masse lavoratrici a diretto contatto colla realt", di modo che la concordia e la leale collaborazione fra Partito e sindacati dia "al mondo la prova inconfutabile della monolitica unit del popolo italiano stretto intorno al Duce".
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Abbiamo gi visto che, in regime fascista, la collaborazione fra Partito e sindacati significa "sovranit" del primo sui secondi. "Il Lavoro Fascista" del 30 agosto 1930 riproduceva, facendolo proprio, un articolo del giornale "Il Popolo Toscano", nel quale si affermava che i dirigenti sindacali "sono disciplinati soldati del Regime in posizione di avanguardia".
Se i dirigenti sono dei soldati, cio dei "comandati", figuriamoci gli umili soci. Vien da pensare ai soldati e agli schiavi del tempo antico.
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In una riunione tenutasi ad Ancona il 5 agosto 1930, il signor Razza pronunciava queste parole:
"Camerati dirigenti dell'organizzazione sindacale: occorre che in ogni ora della vostra giornata sentiate l'orgoglio di essere e di rimanere disperatamente fascisti agli ordini del Duce".
Rendiamo omaggio all'oratore riconoscendo che altri era andato pi lontano di lui. Augusto Turati, ex segretario del Partito fascista, un giorno ebbe a dire che ogni buon fascista, ogni sera, dovrebbe inginocchiarsi di fronte all'imagine di Mussolini per ringraziarlo di avergli permesso di passare la giornata.
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Lo stesso signor Razza, a Bologna, il 19 gennaio 1931, si esprimeva in questi termini:
"Fascisti non d'occasione noi non dimentichiamo di essere dei soldati della Rivoluzione agli ordini del Capo".
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Gli operai non hanno maturit politica e coscienza produttiva.
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In questi dirigenti di sindacati non c' mai l'orgoglio di essere dei soldati al servizio della loro organizzazione e di farsi interpreti delle masse che rappresentano. Essi non hanno che un'aspirazione: ricevere ordini dallo Stato-Partito e andare ad imporli ai soci di cui dovrebbero essere gli interpreti ed i consiglieri. Non  anzi raro il caso che proprio essi offendano i lavoratori dichiarandoli immaturi all'esercizio dei diritti pi elementari. Ecco un caso tipico.
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In Italia, fra gli stessi fascisti, esiste una forte corrente che chiede che i dirigenti dei sindacati vengano eletti dai soci. Questa richiesta  anche nel programma della "Associazione per lo studio dei problemi del lavoro", in gran parte composta, com' noto, di ex dirigenti di sindacati liberi. Ebbene, ecco cosa scrive in merito l'organo ufficiale dei sindacati:
"Le elezioni come il Fascismo le intende e le vuole, sono un fatto di ordinaria amministrazione: il mezzo per consentire alla massa di confermare la sua adesione al Regime con l'indicazione di uomini passati al vaglio della Rivoluzione. Indicazione di uomini, cio, graditi al Regime per un compito squisitamente economico". ("Il Lavoro Fascista", 21 febbraio 1931).
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I soci dei sindacati dunque, secondo il parere dei dirigenti, potranno essere chiamati a votare, ma soltanto per "indicare" uomini preventivamente graditi al Regime e confermare allo stesso regime un'adesione che non hanno mai dato! E se qualcuno si illude di poter ottenere pacificamente di pi, si disilluda o aspetti!
"Se domani le categorie di lavoratori dimostreranno di avere raggiunto una maturit politica ed una coscienza produttiva quali noi vogliamo, quando l'autonomia della Nazione sar completata, saremo noi a chiedere un'accentuazione delle rappresentanze operaie". ("Il Lavoro Fascista", 10 maggio 1931).
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Per ora dunque - e proprio a detta dei dirigenti dei sindacati - i lavoratori non hanno sufficiente "maturit politica" e "coscienza produttiva" e devono rassegnarsi ad avere dirigenti nominati da altri per far loro da padroni. Quando avranno tale coscienza, si vedr poi se "l'autonomia della Nazione sar completata"!
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Il governo e la polizia nominano i dirigenti.
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Questo atteggiamento dei dirigenti sindacali, remissivo fino all'inverosimile verso lo Stato-Partito, e dispregiatore delle masse di cui sono i rappresentanti ed i salariati, non conferisce certo prestigio ai sindacati. Ma di ci non spetta a noi di protestare. Noi rileviamo il fatto unicamente per dimostrare che il sindacalismo fascista operaio (quello padronale non manca di fierezza e di spirito di indipendenza) si riduce sempre pi ad un vero manichino dello Stato-Partito. Ecco alcuni esempi di un'eloquenza rara.
Il 25-26 settembre, a Roma, ebbe luogo un Convegno dei dirigenti dei sindacati dei lavoratori dell'industria. Di esso "Il Lavoro Fascista" pubblic un resoconto dal quale risulta:
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a) che fra organizzazione padronale ed operaia non esiste "alcun parallelismo", cio a dire che la prima  libera e fa ci che vuole, mentre la seconda  rigidamente controllata e impotente a difendere i suoi aderenti;
b) che gli uffici di collocamento sono boicottati, specialmente dalla grande industria;
c) che gli industriali applicano la razionalizzazione senza alcun riguardo per gli interessi degli operai, e che i minimi di salario fissati dai contratti di lavoro sono diventati i massimi;
d) che le rappresaglie contro i lavoratori che chiedono l'intervento dell'organizzazione sono all'ordine del giorno "nonostante - dice il resoconto dell'organo sindacale operaio - il monito del Comitato Centrale Intersindacale e l'ordine delle precedenze stabilito dalla Carta del Lavoro".
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Naturalmente questi rilievi vennero fatti colla massima prudenza e conditi colle pi smaccate dichiarazioni di fede nel regime e nelle gerarchie superiori. E siccome i dirigenti sindacali sono spesso oggetto di aspre critiche negli stessi ambienti fascisti, al Convegno partecip il ministro Bottai, il quale avendo l'aria di difendere i dirigenti sindacali, e raccomandando all'opinione pubblica di avere di essi una migliore opinione, fin per raggiungere l'effetto opposto.
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" ora che il paese si renda conto - disse il ministro - di come noi procediamo alla nomina dei dirigenti sindacali e che si sappia che essi non passano attraverso una valutazione capricciosa e solitaria dei presidenti delle Confederazioni e del Ministero delle Corporazioni, ma vengono passati al vaglio sia del Ministero degli Interni che dei Prefetti, sia del Segretario del Partito che dei Segretari Federali dei Fasci delle Provincie, il che significa che quando ricevono la vidimazione ufficiale da parte del Ministero delle Corporazioni, costoro sono garantiti a noi dal punto di vista politico".
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Abbasso l'intelligenza e viva la servilit.
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Dunque per la nomina dei dirigenti sindacali intervengono il Ministro degli Interni, i Prefetti, la Polizia, il Partito, etc., etc., esclusi i soci che pagano le quote. Ma il ministro Bottai ha avuto, nello stesso discorso, altre espressioni che meritano di essere rilevate.
"Colgo l'occasione - egli ha detto - per precisare che non bisogna mai subordinare la valutazione politica della fede dei dirigenti alla valutazione della loro capacit specifica; ossia voglio dire che io non assumerei mai e non consiglierei mai alle Confederazioni di assumere un uomo competentissimo, ma politicamente non sicuro. Fuori dalle nostre case coloro che, anche competentissimi, laureatissimi e riconosciuti perfetti dal punto di vista scientifico, non diano il massimo affidamento dal punto di vista politico".
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Abbasso dunque l'intelligenza e la coltura, e viva la servilit. Meglio un imbecille fascista al 100 per 100, che un organizzatore capace e di spirito indipendente. I dirigenti sindacali presenti al Convegno applaudirono fragorosamente e "Il Lavoro Fascista", loro portavoce, comment il discorso in questi termini:
"I dirigenti sindacali fascisti vengono accuratamente vagliati e selezionati dal punto di vista politico e morale, onde inopportune appaiono le critiche della loro fede fascista".
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Non si creda che questa padronanza dello Stato-Partito si eserciti soltanto sulle grandi organizzazioni nazionali. Essa arriva a tutti i pi modesti sindacati locali. E in una relazione del Segretario dei Fasci della Provincia di Roma si leggono questi periodi:
"Circa la situazione sindacale, il segretario federale ha fatto un'ampia disamina di essa. Datori di lavoro e lavoratori sono stati richiamati alla pi rigida applicazione dei contratti di lavoro, mentre il controllo sulla loro azione viene quotidianamente svolto dal Partito". ("Il Lavoro Fascista", 15 maggio 1931).
I Fasci quindi, cio il Partito, non controllano soltanto l'attivit dei sindacati; di questi invadono anche il campo della loro attivit pi specifica, quello dei contratti di lavoro.
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"Hodie tibi, cras mihi". Oggi a voi, domani a me.
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Nei nostri precedenti rapporti abbiamo documentato che i dirigenti sindacali vengono nominati, licenziati, traslocati e sostituiti dal Capo del Governo o dal Ministro delle Corporazioni senza interpellare i soci dei sindacati. Sono noti i clamorosi allontanamenti dei signori Rossoni e Magrini (assai noti a Ginevra) rispettivamente presidenti della Confederazione Generale dei sindacati dei lavoratori e della Confederazione dei sindacati della gente del mare e dell'aria. Durante il corso dell'ultimo anno numerosi altri dirigenti sono stati licenziati, trasferiti e sostituiti senza mai interpellare i soci. Citiamo i pi importanti.
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Il 13 novembre 1930 i giornali pubblicarono il seguente comunicato.
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"I deputati dottor Gino Cacciari, dottor Arnaldo Fioretti e avvocato Giacomo Di Giacomo hanno rassegnato le loro dimissioni dalla carica rispettivamente di Presidente della Confederazione Nazionale Fascista degli Agricoltori, di Presidente della Confederazione Nazionale Fascista dei Sindacati Fascisti dei Lavoratori dell'Industria e di Presidente della Confederazione Nazionale dei Sindacati Professionisti ed Artisti.
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"A sostituirli sono stati chiamati, in qualit di Commissari straordinari, il deputato professor Giuseppe Tassinari per la Confederazione Nazionale Fascista degli Agricoltori, il Grande Ufficiale Umberto Klinger per la Confederazione Nazionale dei Sindacati Fascisti dei Lavoratori dell'Industria e il deputato Emilio Bodrero per la Confederazione Nazionale dei Sindacati dei Professionisti e Artisti".
In realt i signori Cacciari, Fioretti e Di Giacomo non diedero mai le dimissioni. Un giorno vennero chiamati a rapporto dal ministro Bottai per sentirsi comunicare che dovevano considerarsi dimissionari e che i loro successori erano gi stati designati. E poich qualcuno di essi azzardava qualche segno di meraviglia, il ministro lo tacit parafrasando in questi termini una nota frase latina: "Hodie tibi, cras mihi". Oggi a voi, domani a me! Siamo dei soldati e bisogna ubbidire!
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Capito il latino, i tre se ne andarono e la sera i giornali pubblicarono il comunicato di cui sopra.
Il Klinger  gi stato a sua volta sostituito. In data 13 marzo 1931 il Ministro delle Corporazioni ha nominato il deputato avvocato Bruno Biagi quale Alto Commissario della Confederazione Nazionale dei Sindacati Fascisti dell'Industria.
Gli spioni della milizia nei consigli dei sindacati
In gergo fascista tutto ci si chiama "cambio della guardia". Trattandosi di una operazione alla militare,  intuitivo che i soci dei sindacati devono assistere impassibili alla ridda continua di quelli che sono chiamati i loro dirigenti. E qui viene acconcio ricordare che il regime fascista ha voluto un suo movimento sindacale per due considerazioni: per giustificare, di fronte all'estero, la distruzione del movimento sindacale libero; e per avere, a sua disposizione, un movimento capace di sorvegliare le masse sui luoghi del lavoro. A documentare questa seconda considerazione, in questo ultimo anno sono avvenuti fatti di un'importanza che non ammette contestazioni.
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Fra numerose Federazioni provinciali dei sindacati fascisti dei lavoratori ed altrettanti Comandi della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (la nota milizia fascista), sono stati stipulati degli accordi in base ai quali ai militi della detta milizia vengono concessi questi privilegi:
1) precedenza assoluta nella designazione ai datori di lavoro da parte degli uffici di collocamento;
2) completa assistenza gratuita in materia sindacale e legale, anche per affari privati;
3) esonero da ogni contributo sindacale oltre a quello stabilito dalla legge;
4) immissione di un rappresentante della Milizia, nominato dai Comandi della stessa Milizia, in ogni Consiglio di organizzazione sindacale.
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A proposito del collocamento,  bene ricordare che la legge concede gi la preferenza agli iscritti al Partito. Coi suddetti accordi la graduatoria per la designazione dei disoccupati viene ad essere la seguente: militi della Milizia fascista, iscritti al Partito fascista, iscritti ai sindacati, etc., etc. La immissione di un rappresentante della Milizia nei consigli delle organizzazioni  presto spiegata. Le masse rimangono antifasciste, e il regime sente la necessit di sorvegliare, con rappresentanti della sua polizia, persino l'attivit dei pi minuscoli sindacati.
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Si tratta insomma di accordi tendenti a concedere ai membri della milizia privilegi contrastanti colle leggi e con ogni sorta di equit, oltrech a rafforzare la sorveglianza poliziesca sui lavoratori. Di ci in un primo tempo, insieme alla stampa fascista, si compiacque anche "Il Lavoro Fascista". Poi, in seguito all'indignazione manifestatasi fra le masse, questo giornale, in data 21 dicembre, avanz alcune timide riserve che rimasero inascoltate.
I deplorati accordi intanto fanno la loro strada.
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INSEGNANTI E INSEGNAMENTO AL SERVIZIO DEL PARTITO.
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La spogliazione delle "Associazioni autorizzate".
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Un'altra caratteristica dimostrazione dei criteri a cui si ispira il Regime fascista, in aperto contrasto colla parte XIII del Trattato di Versailles, si  avuta il 27 gennaio 1931, con un oukase sul quale richiamiamo la particolare attenzione della Conferenza.
Com' noto, la legge sindacale del 3 aprile 1926 esclude dal diritto di organizzazione i funzionari dello Stato, delle Provincie, dei Comuni, delle Ferrovie, delle Postetelegrafi, delle Casse di risparmio e di altre amministrazioni sottoposte al controllo dello Stato, oltre agli insegnanti delle scuole di ogni grado. A queste categorie il fascismo consente soltanto l'istituzione di "associazioni autorizzate" aventi scopi di assistenza e previdenza extrasindacale. La costituzione di tali associazioni deve essere "autorizzata" dal Governo o dai Prefetti, a seconda che si tratti di associazioni nazionali o locali, e l'autorizzazione pu essere negata o revocata "per ragioni di indole politica, economica o sociale".
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 bene ricordare che i dirigenti devono essere "di sicura fede nazionale", cio fascisti, ed i soci "di buona condotta nazionale", cio non antifascisti. Le associazioni autorizzate insomma hanno tutti gli obblighi delle organizzazioni sindacali, senza averne i diritti. Non possono stipulare contratti di lavoro, non possono ricorrere alla magistratura del lavoro, non possono difendere i loro soci di fronte alle aziende da cui dipendono, ma sono sottoposte al pi rigido controllo. Malgrado ci, in questi ultimi anni si era sviluppata una forte corrente la quale chiedeva che alle "associazioni autorizzate" venisse concesso di trasformarsi in organizzazioni sindacali giuridicamente riconosciute. A questa corrente aveva dato il suo appoggio anche "Il Lavoro Fascista". Ma a tagliar corto ad ogni discussione e ad ogni speranza, il 27 gennaio  intervenuto il Segretario del Partito fascista coll'oukase di cui abbiamo parlato e del quale diamo la parte sostanziale:
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"Premesso che l'appartenere alle associazioni dei dipendenti dello Stato, di altri enti pubblici parastatali ed alle associazioni fasciste della scuola  un atto volontario, il quale presuppone piena ed incondizionata adesione al Regime Fascista; che i fascisti iscritti a tali associazioni sono inoltre tenuti ad osservare i particolari doveri imposti dalla disciplina del Partito stesso; presi gli ordini da S.E. il Capo del Governo, il Segretario del Partito dispone:
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1) Le Associazioni autorizzate, e cio, Aziende di Stato, Ferrovieri, Postelegrafonici, Pubblico Impiego, passano alle dirette dipendenze del Segretario del Partito Fascista. Sono pertanto abolite le segreterie nazionali. Nelle provincie, le sezioni delle associazioni suddette passano alle dirette dipendenze del segretario federale dei fasci. Parimenti sono abolite le segreterie provinciali.
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"Per quanto riflette l'attivit delle associazioni nel campo delle opere assistenziali, comprese le colonie marine e montane e il patrimonio dopolavoristico, presi accordi coi ministri dell'Interno, della Guerra, della Marina, dell'Aeronautica, il segretario dispone... etc., etc." (e qui seguono le norme che regolano il passaggio di tutti i beni patrimoniali nelle istituzioni di previdenza dei diversi ministeri).
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L'oukase avverte poi che "il Segretario del Partito si riserva di delegare a dirigere le associazioni un membro del Direttorio del Partito, assistito da un fiduciario politico e da un Comitato consultivo di 4 membri per ciascuna associazione", e conclude avvertendo che "saranno poi date le opportune disposizioni per il licenziamento dei funzionari e degli impiegati delle associazioni".
Come si vede, dunque, con un ordine dato al Segretario del Partito, il Capo del Governo ha modificato una legge, ha trasformato l'ordinamento di numerose associazioni economiche, le ha incamerate nel Partito, le ha espropriate delle loro opere assistenziali e di tutti i loro patrimoni, senza la minima consultazione dei soci.
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L'ultimo oltraggio ai professori e ai maestri.
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Agli insegnanti delle scuole di ogni grado non  stato fatto miglior trattamento. Anzi!
L'oukase continua in questi termini
"2) Le Associazioni della Scuola (Associazione nazionale insegnanti fascisti, Gruppo scuola media, Associazione nazionale professori universitari, Associazione nazionale assistenti universitari), unificate in unico organismo denominato "Associazione fascista della Scuola", passano alle dirette dipendenze del Segretario del Partito Nazionale Fascista. L'Associazione Fascista della Scuola (A.F.S.) sar costituita di quattro sezioni: a) Sezione professori universitari; b) Sezione assistenti universitari; c) Sezione Scuola media; d) Sezione Scuole elementari.
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"Sono abolite le segreterie nazionali. Le sezioni provinciali passano alle dirette dipendenze del segretario federale. Sono abolite le segreterie provinciali. Il Segretario dei Partito si riserva di delegare, a dirigere l'Associazione Fascista della Scuola, un membro del Direttorio del Partito, che sar assistito da un fiduciario politico e da un Comitato consultivo tecnico di 4 membri per ciascuna sezione. Analogamente il segretario federale potr delegare un membro del Direttorio, che sar assistito da un fiduciario per sezione".
Non basta! Dopo avere violato la legge e poste le associazioni degli insegnanti agli ordini del Partito, l'oukase traccia ad esse i compiti senza alcun rispetto per i diritti della coltura e della scienza. Si legga:
"Sono compiti della Associazione:
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a) Per le sezioni professori e assistenti universitari: Realizzazione del programma ideale del Regime con la partecipazione attiva al movimento culturale;
b) Per la sezione scuola media: Collaborazione con puro spirito fascista all'opera didattica, alla formazione dei programmi ed alla scelta dei libri di testo; collaborazione con l'Opera Nazionale Balilla, e con i Fasci giovanili di combattimento;
c) Per la sezione scuole elementari: Perfezionamento della riforma scolastica del Regime; assistenza agli insegnanti nella funzione didattica; collaborazione con l'Opera Nazionale Balilla".
Come si vede, non occorrono altre parole per dimostrare che queste direttive, imposte d'autorit alle associazioni degli insegnanti, ripugnano alle pi elementari norme della libert di coscienza e di insegnamento, oltrech a quelle del diritto di associazione.
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A dimostrare infine di quale indipendenza godono i sindacati fascisti, ci piace rilevare che "Il Lavoro Fascista", che fino al 27 gennaio aveva sostenuto la trasformazione delle associazioni in sindacati, e quindi l'ampliamento della loro struttura e dei loro scopi, dopo l'emanazione dell'oukase  uscito con questo commento:
"Si  presentato opportuno il problema di semplificare la struttura e di approfondirne le ragioni di vita. La semplificazione si ha con l'abolizione delle segreterie nazionali e provinciali e con la nomina, alla direzione delle associazioni, di un membro del Direttorio del Partito. La dipendenza diretta delle associazioni dal Segretario del Partito ha accentuato notevolmente la nota politica".
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DALLA FALCIDIA DEI SALARI ALLA LOTTA CONTRO I CATTOLICI.
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Come sono imposte le riduzioni sui salari.
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Un'altra dimostrazione che i sindacati fascisti dei lavoratori devono sottostare a tutti gli [sic] del Governo e del Partito si  avuta nell'ultimo bimestre del 1930.
Si tengano presenti le date.
Il 19 novembre i giornali informarono che il Consiglio dei ministri aveva deliberato la riduzione del 12 per cento su tutte le retribuzioni dei funzionari ed operai dipendenti dallo Stato e dalle Amministrazioni pubbliche.
"Il Lavoro Fascista", pur riconoscendo che si chiedeva un notevole sacrificio a benemerite categorie di cittadini, rilevava che gli impiegati e gli operai delle industrie e dell'agricoltura avevano gi subito, negli ultimi anni, notevoli riduzioni di salario, e che perci il provvedimento deliberato dal Consiglio dei Ministri doveva essere accettato disciplinatamente, in quanto equiparatore.
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Il 21 novembre lo stesso giornale ribadiva la sua tesi in questi termini: "I lavoratori hanno gi sufficientemente adeguato il loro guadagno alla rivalutazione della lira, ed anche ai prezzi all'ingrosso. Si pu dire che essi siano stati i soli che abbiano saputo rispondere alla necessit del momento. Perch, mentre i salari, dal 1928 in avanti, segnano una costante diminuzione, il costo della vita  rimasto stazionario".
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Conclusione logica, dunque: niente riduzione dei salari delle industrie e dell'agricoltura. Dopo 24 ore per "Il Lavoro Fascista" mutava parere. Cosa era avvenuto? Questo: lo stesso giorno 21 novembre "Il Popolo d'Italia", organo del Capo del Governo, proclamava che "i cerchi chiusi vanno spezzati", perch " demagogia considerare sacri e intangibili i contratti di lavoro", specie di "nuove barriere elevate dalle confederazioni".
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Il 22 novembre il ministro Bottai convocava d'urgenza, alla sede del Ministero dell'Economia Nazionale, i capi delle confederazioni sindacali, e pi precisamente i signori Razza, dei sindacati dei lavoratori agricoli; Klinger, dei lavoratori delle industrie; De Marsanich, dei lavoratori del commercio; Ciardi, dei lavoratori dei trasporti e della navigazione interna; Begnotti, della gente di mare e dell'aria; Mezzetti, del personale delle banche.
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Aperta la riunione, il ministro dichiarava "che i dirigenti delle organizzazioni sindacali dei lavoratori intellettuali e manuali erano stati da lui convocati per un'azione intesa a fare sempre pi e meglio comprendere, alle categorie che essi rappresentavano, il significato e gli scopi dell'opera energica che il Governo intende di compiere, che mira all'adeguamento integrale dei costi e dei prezzi". Egli aggiunse infine "di sentirsi sicuro che anche quelle categorie di lavoratori per cui possa apparire necessaria una revisione del trattamento economico, dimostreranno quello spirito di consapevole disciplina etc., etc.".
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In parole povere, l'ordine era di ridurre i salari. Difatti, il giorno seguente vennero immediatamente iniziate le opportune trattative, e in 8 giorni i salari di tutta Italia vennero ridotti dal 5 al 25 per cento, a seconda delle categorie.
Che i dirigenti dei sindacati debbano obbedire agli ordini del Governo e del Partito  riconosciuto da voci non sospette. Ne citiamo due: la prima e l'ultima:
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Il 7 dicembre 1930 "Il Lavoro Fascista" pubblicava che una riunione di dirigenti sindacali aveva accolto "con spirito e comprensione fascista la riduzione dei salari e degli stipendi cui il Governo, con saggia decisione,  addivenuto"!
Il giorno 11 maggio 1931, a Torino, in una riunione dei dirigenti sindacali della provincia, il segretario generale, deputato Malusardi, dichiarava che tanto egli, quanto i suoi colleghi, "non si erano opposti alle riduzioni che gli organi superiori e il Governo ritenevano necessarie".
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Con questi sistemi, da quando il fascismo  al potere, il salario reale delle masse lavoratrici  diminuito dal 30 al 50 per cento, a seconda delle categorie.
Contro le riduzioni di salario si sono verificate numerose proteste delle masse, talvolta culminate nello sciopero, spietatamente represse dalla polizia e taciute dalla stampa.
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Rispettare la legge "sarebbe un suicidio".
Prima di concludere ci sia consentito di ricordare, ancora una volta, che, nel campo sindacale almeno, il regime fascista non rispetta neppure le sue leggi.
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L'articolo 12 della legge sindacale del 3 aprile 1926 consente l'esistenza di "sindacati di fatto". Questo articolo non riguarda evidentemente i fascisti, i quali hanno a loro disposizione i sindacati legalmente riconosciuti. Riguarda dunque i non fascisti, e in tal senso  stato illustrato alla Conferenza Internazionale del Lavoro anche dal delegato governativo italiano. Ma a Ginevra si parla un linguaggio diverso da quello che si parla in Italia. E in pratica il diritto di costituire sindacati di fatto non  riconosciuto ad alcuno. .
In Italia si contano a migliaia i lavoratori condannati dal tribunale speciale, inviati al domicilio coatto o bastonati impunemente dai fascisti per aver tentato di valersi dell'articolo 12 della legge sindacale.
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Del resto, che tale legge, almeno per quanto riguarda l'articolo 12, non abbia alcun valore,  dimostrato da un altro fatto. Nel Patto Laterano stipulato fra il Vaticano e il Governo fascista, si  sentito il bisogno di includere questo articolo:
"43) Lo Stato italiano riconosce le organizzazioni dipendenti dall'Azione Cattolica Italiana, in quanto esse, siccome la Santa Sede ha disposto, svolgano la loro attivit al di fuori di ogni Partito politico e sotto l'immediata dipendenza della Gerarchia della Chiesa".
Questo articolo concede, ai cattolici, una facolt negata agli altri cittadini, segna una diminuzione dell'articolo 12 della legge sindacale e rappresenta una confessione implicita che il detto articolo non , e non deve essere rispettato.
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Ma l'articolo 43 del Patto Laterano  anch'esso in pericolo. Da alcuni mesi la stampa fascista, e in particolar modo "Il Lavoro Fascista", svolge un'aspra campagna contro "l'Azione Cattolica", campagna che ha gi degenerato in minacce, in violenze sulle persone e in devastazioni di sedi di organizzazioni cattoliche. Il Vaticano, accettando, col Patto Laterano, una clausola di privilegio, non comprese che quando la libert e la legge sono violate contro uno, sono violate contro tutti. Oggi ne constata gli effetti. L'autorit internazionale di cui gode la Chiesa romana consente, all'Azione Cattolica, di opporre una certa resistenza alla prepotenza fascista; ma il fatto resta e dimostra che il fascismo - che sa di non avere conquistato l'animo delle masse - difende il monopolio del movimento sindacale ed assistenziale per ragioni evidenti di esistenza.
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"Costituire oggi delle associazioni sindacali di fatto - diceva "Il Lavoro Fascista" del 1 luglio 1930 - significherebbe interrompere il ritmo della costruzione sociale nuova. Tali organismi sindacali, sia cattolici, sia socialistoidi, verrebbero in fine a lottare contro il sindacalismo fascista. Sarebbero una forma di suicidio".
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L'ORDINAMENTO CORPORATIVO NON SI PU DISCUTERE.
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Gli "estremi rimedi" contro "l'Azione Cattolica".
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Malgrado la polemica intimidatoria dell'anno scorso, l'Azione Cattolica, sostenuta dal Vaticano, continuava la sua opera di propaganda e di assistenza, e il 19 marzo di quest'anno "Il Lavoro Fascista" iniziava la campagna attualmente in corso, affermando che il movimento cattolico "contenuto fino a ieri nei limiti di una modesta attivit, tenta oggi straripare oltre gli argini per invadere il campo dell'ordinamento sindacale fascista".
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Il 26 marzo lo stesso giornale ritornava alla carica con un articolo dal titolo "Manovre cattoliche", che conchiudeva cos:
" palesemente chiaro, ormai, che si tenta di formare dei quadri che possano sostituire i quadri dirigenti del Fascismo. Noi non siamo affatto disposti a sopportare ritorni o pericolose manovre intorno alla nostra organizzazione sindacale, che  totalitaria e che il Fascismo difender ad ogni costo". Dopo 5 giorni l'organo sindacale fascista, in un articolo, "A carte scoperte", affermava che "il fascismo si  dichiarato cattolico e rispettosissimo della religione" e che ci dovrebbe bastare. Comunque "i falsi ingenui, i collitorti, gli organizzatori di sagrestia, le pinzocchere antifasciste ricordino che il fascismo ha ripulito gi una volta l'Italia a suon di legnate. Se un supplemento di cura  necessario sulle loro pieghevoli schiene, non saremo noi certamente a farci pregare, e ad attendere troppo per venire indotti in tentazione". E tutto ci perch l'Azione Cattolica ha costituito un Segretariato operaio e dei gruppi professionali.
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Non possiamo riprodurre i numerosi articoli, uno pi violento dell'altro, pubblicati dipoi. (In uno di essi, ad esempio, si  trovato modo di deplorare la convocazione del Congresso per la celebrazione del quarantennio dell'Enciclica "Rerum Novarum", e di far sapere al signor Serrarens, dell'organizzazione internazionale cristiana, che se si fosse recato a Roma avrebbe potuto avere dei guai). Ci si consenta per di citarne due.
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"Si pu tranquillissimamente vivere in Italia senza essere fascisti, ma non si pu consentire che alcuno faccia con pi o meno aperte intenzioni dell'antifascismo. Perch  antifascismo bello e buono tentare l'organizzazione dei gruppi professionali e operai, come ha tentato l'Azione Cattolica". ("Il Lavoro Fascista", 27 maggio 1931).
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Se l'opera dell'Azione Cattolica fosse illegale, basterebbe denunziarla all'autorit giudiziaria. Il regime fascista, oltre ai codici e alle leggi di polizia, possiede un bagaglio di leggi eccezionali pi che sufficiente per condannare spietatamente tutti i pi insignificanti reati politici, compresi quelli soltanto intenzionali. Se si trattasse di opera contrastante col Patto Laterano, basterebbe richiamare il Vaticano a rispettare e a far rispettare la propria firma. Ma poich si tratta di opera legalissima (La lgalit nous tue!), l'organo sindacale invoca "gli estremi rimedi", cio l'illegalit e la violenza delle squadre fasciste.
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Non si dica che questa  soltanto la voce di un giornale. Primo, perch si tratta dell'organo ufficiale di confederazioni sindacali rigidamente controllate dallo Stato; secondo, perch in Italia non  possibile alcuna campagna giornalistica senza il consenso preventivo del Governo. Difatti, le invocazioni agli "estremi rimedi" non sono cadute nel vuoto. L'organo ufficioso del Vaticano, "L'Osservatore Romano", informa quotidianamente di cattolici e di organizzazioni cattoliche colpiti dalla violenza fascista sotto gli occhi della polizia, violenza che rimane sistematicamente impunita.
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Il signor Razza non rappresenta gli operai.
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Tuttoci dimostra abbondantemente che in Italia non esiste alcuna libert di associazione. E si deve ripetere che manca anche qualsiasi libert di discussione non soltanto per i non fascisti, ma anche per i fascisti. Nel 1930, il deputato fascista signor Rotigliano espresse dei dubbi sulle speranze che molti nutrono sul sistema corporativo e sostenne che lo Stato deve essere chiamato lo Stato, senza aggettivi, perch, a chiamarlo corporativo, lo si offende e lo si diminuisce. Naturalmente si vide aggredito da tutta la stampa, capeggiata dal ministro Bottai.
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"Dell'ordinamento corporativo scrisse il Bottai - tutto si pu discutere, meno una cosa: l'ordinamento corporativo in se stesso, che il Regime, per ordine del suo Fondatore (F maiuscola), considera come essenziale, anzi come coessenziale alla sua stessa struttura e ragion d'essere. Corporativo  l'aggettivo che lo Stato fascista si  dato per volont di Chi (C maiuscola) lo ha voluto e fondato e ora lo regge. La Corporazione quindi  un istituto fondamentale del Regime; non accettarne i caratteri significa non pi discutere nel Regime, ma fuori del Regime. Ecco il punto di discriminazione. Critica, ma nel Regime. Polemica, ma nel Regime. Circolazione di idee, ma nel Regime. Come si pu ridiscutere la posizione che il Partito ha assunto, come Partito unico, nella costituzione italiana? L'azione del Partito pu essere soggetta a valutazioni diverse: non la sua posizione nello Stato. Per farlo, occorre uscirne. Per chi tocca i limiti, pericolo grave. E, nei gravi pericoli, nessuno s'ha da meravigliare, se coloro cui incombono da sorvegliare i confini corrono ai ripari con prontezza, con energia e durezza. Le rivoluzioni hanno il dovere di difendersi". (Giugno 1930, primo volume della collezione "Polemiche", diretta dal ministro Bottai).
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Ad avanzare qualche riserva su questi concetti potevano essere i dirigenti sindacali, i quali constatano quotidianamente che la "sovranit" del Partito (unico) finisce per snaturare e svuotare i sindacati di ogni loro attributo e di ogni autorit. "Il Lavoro Fascista" invece faceva proprio lo scritto del ministro Bottai.
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"Il problema della critica - egli scriveva -  un problema di dinamica (!) interna del Regime; gli sconfinamenti documentano una volont negatrice. I proclami e i messaggi di Mussolini, i Suoi (S maiuscola) discorsi hanno definito, quella corporativa, come la vera, l'unica, la profonda Rivoluzione". Attenti quindi a non toccarla! "Le rivoluzioni hanno il diritto di difendersi - ripete l'organo dei sindacati - e, per chi tocca i limiti, pericolo grave".
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In un paese dove ai non fascisti non  permesso di discutere di alcun problema; in un paese nel quale agli stessi fascisti  vietato di discutere liberamente dell'ordinamento del regime; in un paese nel quale sindacati e dirigenti sindacali non possono avere alcuna propria personalit; in un paese nel quale sindacati e dirigenti sindacali debbono ubbidire ciecamente al Governo e al Partito:  evidente che non possono dibattersi e formarsi quelle idee e quelle tendenze di cui parlava il signor De Michelis, che manca la base per lo sviluppo del movimento sindacale inteso nel senso voluto dalla parte XIII del Trattato di Versailles.
Per queste ragioni il signor Razza potr partecipare alla XV Conferenza Internazionale del Lavoro come delegato del Governo da cui dipende, ma non mai come rappresentante legittimo dei lavoratori italiani.
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LA CONFEDERAZIONE GENERALE DEL LAVORO ITALIANA.
"L'Operaio italiano", 13 giugno 1931.
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I FASCISTI A GINEVRA.
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Alla XV Conferenza Internazionale del Lavoro:
La fuga della delegazione fascista - Il falso operaio Razza ancora una volta convalidato col voto dei governi e dei padroni - Pilsudski batte Mussolini di 14 voti!
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IN PIENO RIDICOLO.
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La delegazione fascista a Ginevra  stata, per due settimane, lo zimbello della Conferenza. La stampa italiana ha scritto che il fiero atteggiamento del ministro Bottai ha destato grande impressione, ma ha mentito, come al solito. La delegazione littoria ha provocato soltanto la pi viva ilarit, interrotta, in qualche momento, da un sentimento di disgusto. Il giornale "La Suisse"  stato il solo che si  degnato di rivolgere qualche parola di conforto (non sappiamo quanto disinteressata) ai vari Bottai, De Michelis e simili Razza. Ma siccome si tratta di un giornale ultrareazionario, senza autorit e senza seguito, lo sfruttamento che, delle sue parole, ha fatto la stampa fascista, ha finito per dare maggior risalto al ridicolo di cui si  coperta la pattuglia fascista.
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Per ben comprendere la rabbia fascista,  opportuno ricordare come funziona l'organismo ginevrino.
La Conferenza Internazionale del Lavoro costituisce l'assemblea generale dell'Ufficio Internazionale del Lavoro. La Conferenza  composta di due delegati governativi, di un delegato operaio e di un delegato padronale per ogni Stato aderente alla Societ delle Nazioni. La ratifica dei mandati dei delegati spetta all'assemblea. Per la nomina delle cariche vige un'altra procedura. I delegati governativi, operai e padronali si costituiscono rispettivamente e separatamente in gruppi distinti e provvedono alla nomina dei loro rappresentanti nel Consiglio d'amministrazione dell'Ufficio e nelle commissioni incaricate di esaminare le diverse questioni all'ordine del giorno.
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Data questa costituzione, Rossoni e Razza, malgrado le proteste del gruppo operaio, vennero sempre ammessi alla Conferenza come delegati operai, col voto compatto dei padroni e di parte dei governi, mentre il Gruppo operaio (composto di socialisti, di sindacalisti e di cattolici), valendosi dei suoi diritti, li escluse sistematicamente da tutte le cariche.
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Quest'anno la delegazione fascista si rec a Ginevra decisa a farla finita!
All'inizio dei lavori fece spargere la voce che, se si fosse rinnovato il boicottaggio al Razza ed ai consiglieri tecnici operai, avrebbe abbandonato sdegnosamente la Conferenza. Il Gruppo operaio, unanime, non si commosse. Escluse il Razza ed i suoi amici da tutte le commissioni, e la delegazione fascista rinfoder le armi.
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Poi tent il ricatto di cui abbiamo parlato nel numero scorso, e qui sollev il disgusto. Come dicemmo, essendo in discussione una proposta di aumento del numero dei componenti del Consiglio d'Amministrazione dell'Ufficio, fece sapere che avrebbe votata tale proposta soltanto se fra i nuovi eletti vi fosse stato il suo Razza. La richiesta ricattatoria non trov un cane disposto a sostenerla, e il compagno Jouhaux, nel suo breve discorso, mise giustamente in rilievo che essa rappresenta un indice suggestivo della mentalit camorristica del fascismo.
Nella relazione del gruppo operaio della Conferenza (tratta da quella della nostra Confederazione del Lavoro, pubblicata nell'ultimo numero dell'"Operaio") il mandato del signor Razza venne contestato con una larga documentazione di scritti e di discorsi di Bottai, De Michelis e dello stesso Razza.
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Questi signori si accorsero che, per difendere la loro causa, avrebbero dovuto fare il contradditorio con loro stessi e... andarono in bestia. Bottai, sdegnato, incominci a dare battaglia... rinunciando a parlare sulla relazione morale del direttore Albert Thomas, malgrado avesse gi chiesto la parola. Poi, mentre si attendeva che, a capo delle sue schiere, desse l'assalto alla Conferenza, si seppe che il giovane ministro aveva convocato i giornalisti italiani (quattro in tutto) al suo albergo, per pronunziar loro il discorso che aveva preparato per la Conferenza. Infine, l'elmo in testa in man l'acciar, il gerarca delle corporazioni part... per Roma.
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Alla seduta del 13 giugno la pattuglia fascista non comparve e il valoroso compagno Jouhaux svolse sobriamente la sua protesta contro la convalida del Razza, mettendo in rilievo che contro dei nemici in fuga non era il caso di infierire. Esaurita la discussione, la commedia fascista riprese pi allegra che mai. La pattuglia littoria riprese il suo posto nell'aula, priva dei suoi generali. Sicuro! De Michelis, Olivetti(3) e Razza, seguendo l'esempio del loro ministro, avevano preso il treno per la capitale italiana lasciando sul campo i carneadi Guerriero, Raffo, Landi ed altri Tarchi a godersi le ironie del Gruppo operaio ed a meditare sugli scacchi subiti.
Impossibile descrivere l'ilarit provocata da queste puerili manovre.
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Dobbiamo aggiungere che la fuga Bottai, De Michelis, Olivetti e Razza produsse pessima impressione fra gli stessi delegati governativi e padronali pi reazionari. Ma come, diceva qualcuno di questi nei corridoi: pur di favorire il Razza noi chiudiamo gli occhi alla verit e ci pieghiamo alle pi viete convenienze diplomatiche, ed essi se ne vanno tutti insieme, obbedendo evidentemente a un ordine del loro Governo. Bel modo davvero di confutare le argomentazioni del Gruppo operaio.
Del resto, per dare un'idea del prestigio che gode il fascismo alla Conferenza Internazionale del Lavoro, basta comparare due votazioni avvenute nella stessa giornata di sabato.
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I nostri amici del Gruppo operaio avevano contestato il mandato a due delegati operai: a quello polacco, inviato a Ginevra dal Governo di Pilsudski, ed al signor Razza. Ebbene: in favore del delegato polacco votarono 62 delegati governativi, 25 padronali e 3 operai, formando un totale di 90 voti. Mezz'ora dopo, trattandosi del Razza, i voti favorevoli dei delegati governativi si ridussero a 53, quelli padronali a 23 (totale 76) e il Gruppo operaio ritrov la sua compattezza. Mussolini, insomma, rimase battuto da Pilsudski per 14 voti, e di ci sian rese grazie alla strategia e alla tattica del "regazzino" Bottai.
Concludendo, Razza rimase alla Conferenza in veste di delegato operaio soltanto col voto dei governi e dei padroni, come negli anni passati. E fra i delegati governativi che negarono il voto a questo signore vanno segnalati quelli di Spagna, Inghilterra, Irlanda e Danimarca.
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PERCH SONO SCAPPATI.
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Diciamo la verit: la fuga fascista di Ginevra non ci ha sorpreso. In terreno libero, in terreno neutro, dove la parola non pu essere soffocata dal manganello, dal domicilio coatto, dal tribunale speciale e dai plotoni di esecuzione, per i fascisti il contradittorio  assolutamente insostenibile. Quando un regime ha sulla coscienza i misfatti che ha il regime fascista, non pu difendersi coi mezzi civili. Fino a quando il corporazionismo era in elaborazione, degli sfrontati come l'ambasciatore De Michelis e il commendator Rossoni, o dei cinici astutissimi come il segretario della Confederazione italiana dell'industria, avvocato Olivetti, potevano ancora riuscire a manipolare la verit ed a creare almeno dei dubbi nel cervello degli stranieri. Ora non pi. Dal 1926, cio dalla promulgazione della legge sindacale, si  andato accumulando un materiale pi che sufficiente per far capire a chi vuol capire, che il sindacalismo fascista rappresenta una delle pi colossali truffe che siano mai state giuocate all'opinione pubblica.
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Come i nostri lettori sanno, alla Conferenza Internazionale del Lavoro il Gruppo operaio si diverte oramai da diversi anni a scarnificare il sindacalismo fascista servendosi quasi esclusivamente di documenti fascisti. L'anno scorso la difesa era diventata tanto difficile che i signori De Michelis e Olivetti, approfittando del fatto che dopo di loro pi nessuno doveva parlare, per cavarsela appena appena dovettero ricorrere al falso pi ridicolo. E poich quest'anno compresero che tale falso sarebbe stato loro rinfacciato, credettero conveniente tagliare la corda.
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Stamperemo noi quello che non  stato possibile dir loro sul muso.
Primo falso di De Michelis
Nel suo discorso questo signore ebbe la [...] di dichiarare che i sindacati fascisti godono di diritti sconosciuti ai sindacati degli altri paesi. "Essi sono organi di diritto pubblico, - disse, - integrati nello Stato, rappresentati in tutti i grandi organi di questo, possessori persino di responsabilit e di funzioni legislative".
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 vero! Sulla carta i sindacati fascisti godono di apparenti importanti diritti. Ma si tratta di diritti concessi ai sindacati soltanto per soffocarli, per negare loro insomma il diritto pi elementare e fondamentale, quello di amministrarsi liberamente e di nominarsi i propri dirigenti. Di ci il nostro giornale ha dato un'abbondante documentazione, notevolmente arricchita colla relazione che abbiamo pubblicato il numero scorso; documentazione che pu continuare all'infinito.
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"Perch noi insistiamo sulla necessit che il dirigente sindacale sia politicamente sicuro? Vogliamo che i dirigenti sindacali siano fascisti al 100 per 100 perch il nostro  un ordinamento tipicamente politico e solamente politico. Noi chiediamo che i dirigenti siano fascisti per evitare, sul terreno pratico, tutte quelle deviazioni che ci porterebbero a costruire un ordinamento sindacale diverso da quello che vogliamo costruire". (Bottai - discorso ai dirigenti dei sindacati dell'industria - 27 settembre 1930).
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Piaccia o non piaccia alle masse, il sindacalismo fascista deve essere come lo vuole Mussolini o Bottai. I dirigenti, e quindi i rappresentanti di tale sindacalismo nei grandi organi dello Stato, sono nominati dallo Stato, e De Michelis osa parlare di diritti sconosciuti ai sindacati degli altri paesi.
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Ma sentite questa:
"Da quello che era un sindacalismo di settore, polemico, internazionalista, il Fascismo ha saputo derivare gli elementi costitutivi di un nuovo sistema costituzionale. Un rovesciamento di valori si  verificato nello svolgimento di questo processo: il sindacalismo fascista  l'opposto di quello prefascista. Questo si opponeva allo Stato; il sindacalismo fascista si sottopone allo Stato". (Bottai, "Lo Stato Mussoliniano").
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Sarebbe pi esatto dire "sindacalismo SOTTOPOSTO FORZATAMENTE allo Stato". Comunque  verissimo che il sindacalismo fascista  l'opposto di quello prefascista. Questo era un sindacalismo di emancipazione; quello fascista  uno strumento di compressione e di spionaggio. Sentite quest'altra:
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"Chi, malgrado ogni contrario parere, aveva fino ad oggi concepito il sindacalismo come un settore dell'attivit fascista,  recisamente smentito. La organizzazione sindacale infatti - come ha affermato il Ministro delle Corporazioni - rappresenta per il Partito la massa di manovra sul terreno politico e sociale, laddove appunto il Partito intende arrivare ed operare con i suoi quadri aristocraticamente selezionati". ("Il Lavoro Fascista", 21 aprile 1931).
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Per confessione dell'organo dei sindacati dunque, il sindacalismo fascista non solo non  la base, ma non  neppure un settore del regime.  soltanto una massa di manovra al servizio del Partito, diretta da uomini selezionati dal Partito.
E il transfuga De Michelis ha l'improntitudine di negare che i sindacati fascisti sono alle dipendenze del Governo.
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Secondo falso di De Michelis.
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Nel discorso di cui abbiamo parlato, il nostro uomo ha augurato ai sindacati degli altri paesi "di poter uguagliare, nei loro paesi rispettivi, il prestigio e l'autorit che i sindacati fascisti possiedono in Italia, e di poter iscrivere al loro attivo la somma di realizzazioni che le organizzazioni italiane possono enumerare".
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Vediamo di smentirlo con una voce non sospetta. Il 10 aprile 1931, in un articolo, "Sabotatori del sindacalismo", "Il Lavoro Fascista" attaccava vivacemente
"quei datori di lavoro, il cui numero pare sia non trascurabile, che continuano ad ostacolare la missione del sindacalismo fascista con un'azione di rappresaglia che viene giustamente interpretata come manifestazione di vero antifascismo". Gli operai che si rivolgono al sindacato per la difesa dei loro diritti, diceva il giornale, vengono licenziati o perseguitati. "I termini della carenza sono stati fin troppo lunghi. Basta. D'ora in poi denunzieremo i nomi di coloro che desiderano fare di ogni erba un fascio, impippandosi del fascismo e delle sue leggi".
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I padroni dunque si impippano del fascismo e delle sue leggi. Ma andiamo avanti. Il 28: aprile lo stesso giornale ritornava alla carica con un articolo, "Contro i sabotatori", e dopo avere minacciato di denunziare i medesimi, continuava cos:
"La denunzia degli atti di rappresaglia verr a stabilire se si tratti veramente di casi sporadici oppure di una piaga vasta e purulenta, piaga che richiede un intervento chirurgico in grande stile.
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"Dov' la forza del fascismo e delle sue leggi se si lascia il campo libero ai disertori?
"Il difetto  nei mezzi adoperati, e il marcio continuer a sussistere fino a quando la cancrena non sar estirpata con un'operazione chirurgica violenta". Intanto "il lavoratore, per paura di perdere il posto, finisce per sopportare qualsiasi vessazione ed arbitrio".
La piaga  vasta e purulenta, la cancrena richiede di essere estirpata con un'operazione chirurgica violenta, i soci dei sindacati sono costretti a sopportare qualsiasi vessazione ed arbitrio, ma secondo De Michelis il prestigio e l'autorit dei sindacati fascisti sono notevoli e la somma delle realizzazioni pure. Sfrontato!
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Primo falso di Olivetti.
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Olivetti parl lo stesso giorno in cui parl De Michelis. E nel suo discorso  contenuto questo fiore: "Malgrado la crisi economica che infierisce attualmente in tutto il mondo e che in questo momento si fa sentire anche da noi, io credo di poter dire che l'Italia  il solo paese dove la discussione fra organizzazioni operaie e padronali non  ancora arrivata a delle riduzioni di salario". Pi falsi di cos... si muore, e noi ne abbiamo dato abbondanti documentazioni. Ma sentite come parlano i... camerati del signor Olivetti:
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"Non si deve dimenticare che dal 1928 in poi i lavoratori dei campi e delle officine hanno visto falcidiare i loro salari". (Da un discorso del deputato Loiacono, Camera dei deputati, 26 settembre 1930). "Dal 1927, come ha giustamente rilevato il signor Razza, i lavoratori agricoli, attraverso le loro organizzazioni, si sono resi conto della necessit di contribuire, con il proprio sacrificio, riducendo con i salari anche il loro tenore [standard] di vita, al superamento della crisi. E furono riduzioni dal 10 al 15 per cento, e in qualche caso anche del 20 per cento. Quel sacrifizio non  bastato. Bisognava fare di pi, e l'odierno accordo (che consente altre riduzioni fino al 25 per cento) ne  la prova provata". ("Il Lavoro Fascista", 5 dicembre 1930). Le cifre non sono esatte, le riduzioni applicate ai lavoratori agricoli dal 1927 arrivano complessivamente al 50 per cento circa, ma tiriamo via.
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"Bisogna mettere all'attivo dell'azione degli operai italiani gli ultimi quattro anni, nei quali la stipulazione dei contratti collettivi ha rappresentato un meditato, consapevole, ma innegabile arretramento sulle posizioni salariali". ("Il Lavoro Fascista", 3 maggio 1931).
Peccato che la settimana scorsa il furbo Olivetti abbia abbandonato precipitosamente Ginevra. Se fosse rimasto, qualcuno lo avrebbe invitato molto bonariamente a intendersi coi suoi degni camerati del "Lavoro Fascista".
Secondo falso di Olivetti
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Olivetti, che pure  tanto furbo e tanto padrone della sua parola, nel suo intervento in favore del camerata Razza si lasci sfuggire queste parole: "Io sono qui perch credo che se l'argomentazione del signor Jouhaux ha un valore, essa lo ha non solamente per il delegato operaio, ma anche per quello padronale. Perch io sono qui nella stessa situazione fatta all'organizzazione operaia".
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A Ginevra, quando la discussione  chiusa, e pi nessuno pu alzarsi a contraddirle, certe balle possono anche essere raccontate. In Italia per, a smentirle, si fanno in quattro persino i camerati del "fascista d'occasione" deputato Olivetti. Si legga:
"Le associazioni padronali sono regolarmente ignorate dalla critica, non gi perch siano cosa trascurabile, ma perch sembra pacifico - secondo l'opinione corrente - che esse debbano essere ritenute perfette. Con questo bel sistema le associazioni padronali sono rimaste, in ogni tempo e sotto qualsiasi clima politico, immutate nella loro formazione e nei loro atteggiamenti". (Edmondo Rossoni, Soluzione fascista del sindacalismo, "Gazzetta del Popolo" di Torino, 28 giugno 1930).
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" evidente che i dirigenti degli operai dimostrano ogni giorno pi di sentire profondamente la necessit di creare tra gli umili una mentalit collaborazionista. Ma per contro tutti gli organizzatori delle categorie padronali hanno compreso l'indispensabilit di questa opera di formazione spirituale". ("Il Lavoro Fascista", 1 ottobre 1930).
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"Ai datori di lavoro, come ai pi dotati, spetta dare l'esempio di quella collaborazione che, qualche volta, manca proprio tra di loro. Essi debbono intendere che c' una pacificazione economica da conseguire, altrettanto importante che la pacificazione sociale". (Ministro Bottai, 8 maggio 1931, discorso pronunziato alla Camera dei deputati a chiusura della discussione sul bilancio del Ministero delle Corporazioni).
"Gli operai hanno compreso la loro funzione ed i loro doveri, mentre troppi datori di lavoro ancora manifestano una mentalit classista ed esercitano impunemente un'opera disfattista, ostentando spavaldamente una indipendenza oltraggiosa alla disciplina fascista". ("Il Lavoro Fascista", 22 maggio 1931).
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Come si vede, non  la chiarezza che manca.
I nostri lettori sanno, perch l'abbiamo pi volte documentato, che i dirigenti dei sindacati operai sono dei fantocci maneggiati dal Governo e dalla Polizia, mentre i dirigenti padronali godono di una libert uguale a quella che godevano in regime liberale. Olivetti, ad esempio,  inamovibile. La consuetudine fascista vuole che a tutti i posti di comando siano piazzati fascisti al cento per cento. Ma questa norma non vale per le organizzazioni padronali. Un giury d'onore ha giudicato l'on. Olivetti "fascista d'occasione", ma nessuno ha osato toccarlo. Egli rimane sempre al suo posto di segretario generale della Confederazione dell'Industria, mentre i suoi camerati dei sindacati dei lavoratori vengono licenziati, sostituiti e traslocati per molto meno, anzi, senza che se ne conoscano mai le ragioni.
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La conclusione da trarsi  dunque questa: che il signor Olivetti ha mentito per la gola! Egli sa che il sindacalismo del signor Razza e soci serve essenzialmente alla classe padronale, e per lo difende ed esalta. La miseria morale e il cinismo della classe capitalistica italiana permettono questo ed altro.
"L'Operaio italiano", 20 giugno 1931.
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IL SINDACATO E LO STATO.
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Venerd scorso, nella sala della rue Trtaigne, la "Giovanni Amendola" convoc i suoi fedeli per la seconda del suo ciclo di conferenze culturali sui problemi della rivoluzione italiana. Doveva parlare - e parl - con la sua singolare competenza, Bruno Buozzi, segretario generale della C. G. del Lavoro italiana. Diciamo subito che il nome di Buozzi e la sua qualit sembra che abbiano la virt di fare inferocire certi comunisti o sedicenti tali, che si vantano di aver in Italia, restando a Parigi, usurpato i diritti della organizzazione operaia italiana. Un grosso gruppo di costoro e di loro compagnoni, assai prima dell'ora della apertura della sala, vennero con la strana pretesa di entrare nel locale, sprovvisti delle tessere degli organismi antifascisti che l'"Amendola" riconosce.
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E come fu loro negato l'ingresso, anche per il contegno di provocazione e minaccia che avevano assunto, si scagliarono con manganelli ed armi atte a contundere sopra i nostri amici incaricati della disciplina. Fu una scena selvaggia, canagliesca, premeditata. Alcuni nostri amici furono bestialmente percossi e feriti. Ma i perturbatori - siamo misurati nelle parole - furono cacciati. Non vogliamo qui fare o anticipare commenti. Certo  che si dimostra sempre pi necessario, contro queste incivili prepotenze, organizzare la disciplina per assicurare la tranquillit e la libert delle nostre assemblee di studio e di politica.
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L'incidente esaurito, la sala si riempi del solito pubblico attento e studioso. Buozzi, sereno come sempre, con la pi perfetta calma, sotto la presidenza di Filippo Turati, che brevemente stigmatizza l'incidente, prende la parola salutato da fervidissimi applausi, che gli dicono tutta la solidariet del pubblico col Segretario della C. G. del Lavoro.
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Buozzi incomincia osservando che per poter parlare del Sindacato e dello Stato nell'Italia di domani, bisognerebbe innanzitutto sapere che cosa sar questo Stato. L'atteggiamento del Sindacato sar indubbiamente diverso a seconda se lo Stato sar liberale-conservatore, democratico a sfondo sociale o schiettamente socialista. Comunque, c' un criterio che il proletariato deve rivendicare da qualsiasi Stato: quello della libert sindacale. La libert del Sindacato  del resto il presupposto dell'unit della classe lavoratrice. Il Sindacato comunista, strumento docile di un partito,  antiunitario come il Sindacato cattolico o confessionale.
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Con ci non si vuol dire che il Sindacato debba essere apolitico o soreliano. Esso deve essere sostanzialmente socialista, ma in senso largo, non di partito, onde permettere ai seguaci di tutte le scuole politiche di far parte di esso senza sentirsi a disagio. Questo tipo di Sindacato  stato realizzato dalla Federazione Sindacale Internazionale, la quale, pur avendo stretti legami con la Internazionale Operaia Socialista, conserva integra la sua libert e la sua autonomia e raccoglie sempre pi le adesioni della maggioranza del proletariato organizzato di tutti i paesi, esclusa la Russia.
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Un esempio. In Germania gran parte dei lavoratori che nelle elezioni politiche votano per i comunisti, nelle elezioni dei comitati di fabbrica votano per i sindacati aderenti alla F. S. I., evidentemente ispirati dal criterio della unit sindacale. Passando a discutere dei rapporti fra Stato e Sindacati, Buozzi ricorda che in Francia e in Inghilterra esiste una registrazione di scarsa importanza. Nell'immediato dopoguerra, il maggiore sforzo per dare autorit giuridica ai sindacati, senza menomare il principio della libert sindacale,  stato fatto dalla Germania.
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Secondo la Costituzione di Weimar, la mano d'opera "gode di una speciale protezione della Repubblica"; operai e impiegati, per il tramite dei sindacati, hanno diritto di far parte dei consigli di azienda e dei consigli economici, locali e nazionali; essi dovrebbero quindi controllare l'attivit economica del paese, intervenire nella regolamentazione delle condizioni di lavoro e nella elaborazione delle leggi di carattere sociale, socializzatrici, ecc. Bisogna riconoscere, per, che mentre in fatto di assicurazioni sociali il proletariato germanico ha ottenuto il pi perfetto sistema che si conosca, in fatto di controllo e di socializzazioni  stato deluso. Ci  dovuto essenzialmente alla azione comunista, la quale, votata alla tattica del "tanto peggio, tanto meglio", ha sempre seminato la discordia nel momento in cui era maggiormente necessaria la compattezza delle forze proletarie.
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A questo proposito c' anche una esperienza italiana. Prima della occupazione delle fabbriche, le masse operaie italiane si batterono compatte per la conquista del controllo; ma quando parve che questo dovesse essere riconosciuto per legge, i comunisti si abbandonarono ad una furiosa campagna di svalutazione che fin per frustrare la conquista al suo nascere. Non si volle riflettere che la conquista era stata strappata con una lotta memorabile; non si volle riflettere che un contratto di lavoro , in fondo, una legge, e che ogni conquista dell'azione diretta ha tutto da guadagnare dalla sua codificazione. I progetti di legge sulla disciplina del lavoro e sul controllo, presentati recentemente alla Camera spagnola, derivano dalla costituzione di Weimar.
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Secondo il Buozzi, per, lo Stato che, sulla carta almeno, ha affrontato il problema dei rapporti tra Stato e sindacati con maggiore chiarezza e precisione  il Messico. Il Codice del Lavoro di questo paese riconosce giuridicamente e valorizza al massimo grado il sindacato, senza infirmare minimamente il principio della libert sindacale. Esso riconosce un solo sindacato: quello che raccoglie la fiducia della maggioranza, ed a questo concede il privilegio della rappresentanza professionale. Esso ammette per i sindacati di minoranza come sindacati di fatto. E, a differenza della legislazione italiana e russa, non si preoccupa di dare la preferenza a un sindacato ufficiale. Il riconoscimento insomma non risulta da un atto sovrano del governo, sibbene dal fatto che il sindacato rappresenta la maggioranza, qualunque siano le direttive a cui si ispira. Il codice messicano afferma inoltre che lo sciopero deliberato regolarmente dalla maggioranza diventa legale. E per la legge punisce i crumiri e imprenditori quando tentino di lavorare.
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A questo criterio, di assoluto rispetto della libert sindacale, fanno contrasto i sistemi russo e italiano. Il fine dei due regimi  diverso, ma il metodo identico. E qui il Buozzi legge disposizioni del regime sovietico, secondo le quali i tribunali disciplinari della produzione ed i commissariati del popolo hanno facolt di emanare ed applicare norme disciplinari, di punire i lavoratori e trasferirli da un capo all'altro della Russia, senza che i sindacati abbiano diritto di intervenire. A proposito del piano quinquennale russo, Buozzi non  d'accordo n coi suoi panegiristi a scopo politico, n coi suoi negatori. Se tutti i paesi sono riusciti a darsi una industria, non c' nessuna ragione perch non riesca a darsela anche la Russia. E se il piano riuscir, non vorr ancora dire che i sistemi usati dal regime comunista siano i migliori. Malgrado i salari di fame che paga, l'Italia fascista non riesce a sostenere la concorrenza con l'estero. D'altra parte, malgrado i bassi salari, i costi della produzione russa sono altissimi. Quale  la causa? Lo schiavo, l'operaio privo di libert, non  mai stato un buon produttore. Lo stesso Stalin ha denunziato il fenomeno della instabilit operaia e imposto il lavoro a cottimo.
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Passando al controllo, il Buozzi sostiene che i suoi compiti variano a seconda delle circostanze. In tempi normali pu essere un ottimo strumento di abilitazione alla gestione delle aziende; in tempi di crisi pu ridurre al minimo le conseguenze della stessa crisi e impedire al capitale di compiere soprusi; nei periodi rivoluzionari pu essere un formidabile strumento di lotta, come avvenne durante la rivoluzione russa del 1917. Esso rimane perci uno dei principali postulati del movimento operaio. Strettamente legato al problema del controllo vi  quello dei tecnici, del quale l'antifascismo deve preoccuparsi vivamente. Se il movimento operaio italiano riusc a realizzare conquiste che sono ancora allo stato di aspirazione in paesi importantissimi,  perch una buona parte dei dirigenti delle pi importanti federazioni aderenti alla Confederazione del Lavoro, seppero coltivare ottimi rapporti con numerosi tecnici.
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L'amico Buozzi, avviandosi alla fine, dichiara di preferire il potere legislativo eletto a suffragio universale a quello di emanazione sindacale. Data per la complessit dei problemi economici dei paesi moderni, ritiene che la Camera eletta a suffragio universale non sia sufficiente e debba essere fiancheggiata da un'assemblea sindacale. Chiude la sua ampia relazione rievocando i sacrifici e le lotte sanguinose sostenute in tutti i paesi dalla classe lavoratrice per il riconoscimento dei suoi diritti, augurandosi che il proletariato italiano, mentre soffre sotto la dittatura fascista, sappia far tesoro di tutte le esperienze, prepararsi a risorgere e a servire di esempio.
"La libert", Parigi, 10 marzo 1932.
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MENTRE LA REAZIONE E IL FASCISMO INFURIANO CONTRO IL MARXISMO.

"Lo sviluppo della struttura sociale non si spiega col giuoco delle idee. La forza motrice della storia  da ricercarsi nei fatti materiali e, in ultima analisi, nei fatti economici: modi di produzione, regime della propriet, classi e lotte di classi".
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CARLO MARX.
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Il 50 anniversario della morte di Carlo Marx ricorre mentre il marxismo  bersaglio dei pi feroci assalti della borghesia capitalista. Se il marxismo fosse una vuota ideologia, ci sarebbe davvero da disperare del suo avvenire. Ma esso  una dottrina basata sui "fatti" e non sar certo distrutto dalla bufera infernale che oggi lo investe.
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Cosa aveva detto Marx? "La forza motrice della storia  da ricercarsi nei fatti materiali e, in ultima analisi, nei fatti economici: modi di produzione, regime della propriet, classi e lotte di classi". Ebbene, guardatevi d'attorno e vi persuaderete che mai come ora "i modi di produzione" ed "i fatti economici" hanno dominato prepotentemente la storia. Riflettete un istante, e vi persuaderete che tutti gli "idealismi" che sembrano trionfare del marxismo sono soltanto maschere messe avanti per nascondere "i fatti", per impedire che "i fatti" spingano il proletariato alla lotta a fondo per la sua liberazione.
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"I modi di produzione", cio la razionalizzazione e la meccanizzazione, scuotono alle fondamenta l'economia capitalista. E quei tecnocrati americani che si dicono antisocialisti, ma che invocano una razionale organizzazione della produzione e della distribuzione dei prodotti, non pi sottoposta al principio capitalistico, sono, in definitiva, e senza saperlo, dei marxisti in potenza.
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L'attuale crisi economica che minaccia l'esistenza di organizzazioni capitaliste secolari e di economie titaniche - che a taluni sembravano destinate a sfidare i secoli - rientra nel quadro delle crisi previste da Marx; e le continue richieste di interventi statali nelle cose dell'economia privata, rappresentano - insieme agli stessi trusts e cartelli internazionali - dei terribili colpi inferti al "regime della propriet" individualistica, battuto in breccia dal Marx.
Non basta.
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Questo fascismo italiano, che sotto la maschera dell'idealismo nazionale proclama ogni giorno la morte del marxismo, sente il bisogno di cercare di dare ad intendere di aver fatto suo quanto di buono c'era nel socialismo,  costretto a riesumare ed a perfezionare tutte le arti di governo pi diaboliche ed infami ed a pavoneggiarsi da riformatore o, se pi vi piace, da riformista.
Questo nazismo germanico, che parte ogni giorno in guerra per la distruzione del marxismo, sente la necessit di proclamarsi nazional-socialista e di atteggiarsi a proletario e anticapitalista.
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Questo capitalismo americano, che fino a ieri si era vantato individualista fino alla brutalit,  oggi scosso violentemente da correnti vaste e profonde che si dicono preoccupate delle sorti della collettivit.
Osservate, infine, la sinistra commedia che si recita nel campo della politica estera. Nessuno ha pi il coraggio di esaltare, come nel passato, le divine facolt rigeneratrici della guerra. E quegli stessi uomini di governo che, in cuor loro, credono nella guerra e la preparano, pi degli altri sentono il bisogno di camuffarsi da pacifisti e da assertori della causa della giustizia e della pace.
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Ebbene, tutte queste preoccupazioni e tutte queste ipocrisie dimostrano che le classi dominanti attuali, pur non essendo, in fondo, migliori di quelle del passato, hanno una autentica paura di questa dannata lotta di classe che vorrebbero distruggere, e che, nonostante gli sforzi dei becchini del marxismo,  diventata "l'elemento fondamentale della contemporanea coscienza scientifica nello stesso campo della borghesia, anche se la scienza borghese maneggia a modo suo il metodo della interpretazione scientifica della storia".
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E quella collaborazione di cui si parla spesso, a proposito ed a sproposito, sia essa imposta colle baionette, come nell'Italia fascista, o libera e volontaria, come nei paesi democratici, rappresenta sempre una tregua, pi o meno lunga e cosciente, di quella lotta di classe che "i fatti economici, i modi di produzione e il regime di propriet" sviluppano nel loro seno.
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Si,  vero, dopo avere resa organica la dottrina della lotta di classe, Marx si illuse che la formazione della coscienza di classe del proletariato potesse essere opera di pochi decenni. Purtroppo, invece, la formazione di questa coscienza si appalesa tuttora lenta e faticosa, e la borghesia capitalista ha imparato a sua volta dallo stesso marxismo ad organizzarsi e difendersi. Ma non per questo gli avvenimenti smentiscono il marxismo. Questi avvenimenti possono deludere quei ciechi che avevano creduto in un placido tramonto della borghesia, non chi ha coscienza della profondit della rivoluzione socialista. Se Marx avesse creduto a tale placido tramonto, non avrebbe dedicato il meglio del suo genio e della sua ardente attivit alla formazione della organizzazione internazionale rivoluzionaria del proletariato.
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Tutte le rivoluzioni, del resto, si sono affermate ed hanno vinto, attraverso alterne vicende di sconfitte e di vittorie. La chiesa di Roma - che voleva in sostanza sostituire degli idoli a degli altri idoli, e che predicava una dottrina di rassegnazione che le classi dominanti del tempo ebbero il torto di non comprendere subito - ebbe il suo primo imperatore, Costantino, dopo oltre tre secoli dalla crocefissione di Cristo. La rivoluzione borghese - che non voleva emancipare l'intera umanit, ma estendere a tutti il diritto dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo - vinse dopo secoli di lotte, attraverso sommosse sanguinose ed innumerevoli forche e ghigliottine.
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La rivoluzione socialista che si propone di ricostruire la societ dalle fondamenta e di distruggere privilegi secolari affermatisi attraverso altre rivoluzioni - subir anche essa una alterna vicenda di vittorie e di sconfitte. Nessuna forza umana per riuscir ad impedirne il trionfo.
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Lo attesta questo profondo sentimento di emancipazione materiale e spirituale, che si sviluppa inesorabilmente nel profondo della coscienza umana.
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Lo attesta la Repubblica dei Soviets che, pure attraverso degenerazioni deplorevoli, documenta di fronte al mondo che la borghesia capitalista non  affatto indispensabile.
Lo attesta questa angosciante necessit di tutti i governi, specialmente se fascisti, di tenere costantemente mobilitate enormi forze di polizia, pi numerose di quelle degli eserciti del passato, all'unico scopo di tenere a bada il proletariato.
Quelle borghesie che pi delle altre hanno fatto ricorso alla reazione e al fascismo, sentono benissimo che il loro domani  infinitamente pi incerto di quello di quel proletariato marxista a cui fanno dare la caccia dai loro sicari. E mentre Mussolini e Hitler spadroneggiano in Italia e in Germania, non  arbitrario affermare che Marx non  mai stato tanto vivo quanto ora.
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In un libro di nostra conoscenza, si legge che il nome e il ritratto di Dante sono conosciuti da tutti gli italiani, in qualunque parte del mondo si trovino, anche se non hanno mai letto una terzina della Divina Commedia. Passando dal nazionale all'universale, si pu affermare che il nome di Carlo Marx - di questo gigante che ha dato spirito e sostanza all'idea dell'emancipazione del lavoro -  oramai conosciuto in ogni angolo della terra, anche laddove non  mai giunto un esemplare del "Manifesto". Verr dunque il giorno in cui le moltitudini di tutti i paesi, emancipate dal giogo capitalista, anzich innalzare osanna e preghiere a divinit ultraterrene e caduche, onoreranno liberamente Colui che, contro ogni dottrina di rassegnazione, incit l'umanit sofferente a unirsi, a lottare e ad insorgere per il trionfo definitivo della libert, dell'uguaglianza e della giustizia.
"Solo in una societ in cui non vi saranno n classi n antagonismi di classe, le evoluzioni cesseranno di essere delle rivoluzioni".
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BRUNO BUOZZI
"L'Operaio italiano", Parigi, 11 marzo 1933.
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UN MAESTRO DI VITA E DI MORALE.
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NELL'ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI FILIPPO TURATI GL'ITALIANI DEVONO PROPORSI DI INTENSIFICARE L'AZIONE ANTIFASCISTA.
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Ci sono uomini di larga notoriet che, conosciuti da vicino, rimpiccioliscono, perdono il fascino che esercitano da lontano, scoprono che la loro attivit pubblica non  determinata soltanto da motivi ideali; ci sono dei vecchi che continuano a fare della politica per abitudine, perch ne hanno fatta sempre, ma con scetticismo e senza ardore. Filippo Turati non era di questi. Egli conservava integro il suo fervore giovanile e continuava a considerare la politica come un autentico apostolato. In privato, nell'intimit, palpitava come nei suoi stupendi scritti, come nelle assemblee, come di fronte a migliaia di persone. La stessa nobilt di pensiero e di forma. La stessa preoccupazione di dire soltanto quella che egli riteneva la verit.
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 stato detto, forse a ragione, che Filippo Turati, pi che un capo politico, deve essere considerato un altissimo maestro di vita e di morale. Grande cuore, non sapeva odiare. Contro lo stesso fascismo, pi che odio nutriva ripugnanza e disprezzo. E quando qualcuno gli diceva che alla caduta del fascismo la sua Milano sarebbe accorsa ad accoglierlo trionfalmente, scuoteva la testa e soggiungeva: non ritorner, ma penso ugualmente con disgusto alle molte mani che mi verrebbero offerte da uomini che, dopo aver lustrato le scarpe al fascismo, giurerebbero di avere sempre palpitato con noi. Coscienza adamantina, credeva quasi esclusivamente nell'opera di persuasione; e al fascismo non perdonava, e non avrebbe mai perdonato, di costringere gli italiani a mentire per avere la tranquillit.
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Talvolta amavo dirgli che se avesse avuto qualche scrupolo di meno, che se nel 1920-21 avesse forzata la situazione per impadronirsi del potere, l'Italia lo avrebbe seguito e non sarebbe divenuta preda del fascismo. "Forse hai ragione - mi rispondeva melanconicamente ma n io, n molti altri riuscivamo a pensare che, in pieno secolo ventesimo, un popolo di antica civilt come il nostro potesse essere ridotto in catene con quei mezzi e in quel modo".
Filippo Turati amava i giovani e qui in esilio, forse ancor pi che in patria, era costantemente preoccupato che il movimento antifascista non ne avesse abbastanza. Amava i giovani, e quando erano ardenti ed attivi sapeva comprendere o indulgere a tutte le loro esuberanze e a tutte le loro presunzioni. "I giovani - diceva - amano sentenziare e persino deridere i loro predecessori. Talvolta credono di dir cose nuove e non sanno di dir cose vecchissime. Bisogna lasciarli dire, purch facciano. A vent'anni si deve avere la certezza di quel che si pensa, altrimenti manca l'ardore, non si lavora e non si impara a lavorare".
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Per valutare fino a qual punto amasse i giovani bisogna averlo visto, come l'ho visto io, quando giunse la notizia che Rosselli, Lussu e Fausto Nitti erano riusciti ad evadere da Lipari. Per parecchi giorni il suo animo fu in tumulto. La gioia prorompeva da tutti i suoi atti e da tutte le sue parole. Era la gioia di rivedere tre giovani valorosi, era la gioia per la beffa inflitta al fascismo, ma era, soprattutto, la gioia di sapere che tre combattenti di prim'ordine, condannati per alcuni anni all'inattivit, ritornavano finalmente a donare tutte le loro energie alla battaglia antifascista. Rileggete sulla "Libert" il suo articolo "Sono arrivati", e ne avrete la prova.
Nei giorni in cui la sorte di Lauro De Bosis era ancora incerta, Filippo Turati visse ore di tormento indicibili. E quando si accorse che taluno avanzava dei distinguo a proposito della fede politica dell'Eroe, il suo animo generoso non si contenne pi e scrisse, per "L'Operaio Italiano", quel "Al fondo del mare" che pieg alla commozione tanti lettori.
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 vero. Non era un dottrinario nel senso rigido della parola. Aveva iniziata la sua vita politica quando il proletariato italiano era ancora misera plebe, e poich soffriva - allora come in esilio - di tutte le sofferenze umane, fu portato a prodigarsi incessantemente per lenire le miserie degli umili. Leggete le stesse prime annate di "Critica Sociale". Anche quando il pensiero  vigorosamente socialista, nei suoi scritti si tratta quasi sempre un problema concreto e si indica un'azione concreta. E fu forse questa sua virt - che taluno oggi giudica come una debolezza - che nel ventennio che va dal 1890 al 1910 riusc a scuotere l'Italia e a far convergere, intorno al socialismo, tanti spiriti eletti.
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Difatti, nella sua Storia d'Italia, Benedetto Croce vi dir che "il socialismo marxistico veniva a riempire il vuoto che vaneggiava nel pensiero e negli ideali italiani", che "il fermento a cui die' luogo" ridiede "contenuto alla cultura italiana" allora "floscia e cascante", che "al superficiale discutere intorno ai partiti di destra e di sinistra, fu contrapposto il concetto delle classi sociali tra loro concorrenti e lottanti", e che, infine, "da quel fervore socialistico, non minore giovamento venne alla vita morale". Provatevi, colla mente, a cancellare Filippo Turati dalla storia d'Italia di quest'ultimo cinquantennio e ditemi se queste constatazioni del Croce sarebbero possibili.
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Negli ultimi anni della sua vita di esilio, al di sopra del suo Partito egli sent profondamente, disperatamente la necessit dell'alleanza di tutte le forze antifasciste che credono nella libert. Tutti i combattenti per la causa della libert avevano la sua simpatia, qualunque fosse la scuola politica cui appartenevano. Tutti gli eroi della causa della libert - amava ripetere - sono nostri ed abbiamo il dovere di esaltarli. Egli riteneva che, di fronte al tremendo problema dell'abbattimento del fascismo, ogni volont di precisare e di distinguere fosse peggio che un perditempo. E quando nella Concentrazione sorgeva qualche dissenso, rimaneva di umor nero fino a quando non era stato appianato. Talvolta, in questa sua passione unitaria, esagerava. Forse sentiva venire la morte e temeva di non vedere - come purtroppo non vide - il giorno della liberazione del suo paese.
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Della scarsit di mezzi delle nostre organizzazioni soffriva direi quasi quanto pu soffrire un padre che non ha da dar da mangiare a sufficienza ai suoi figli. E scriveva lettere in tutte le parti del mondo per incitare quanti sapeva che potevano contribuire. E si sforzava di conoscere il temperamento degli amici a cui si rivolgeva. E riusciva a trovare, per tutti le parole pi toccanti. Epistolografo stupendo, molte sue lettere, anche di "ordinaria amministrazione", sono dei veri gioielli.
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Non rivelo un mistero per nessuno se dico che una buona met dell'importo delle sottoscrizioni della Concentrazione arrivava per il suo tramite. E non gli arrivavano soltanto denari. Spesso erano omaggi semplici e commoventi di umili e di anonimi. Ne ricordo due. Un giorno, da un ignoto ricevette una fotografia di Anna Kuliscioff accompagnata da queste parole: "In segno di solidariet mi privo del ricordo fotografico di una buona compagna e offro a chi ne visse insieme gli anni: a Filippo Turati". Un altro giorno gli giunse una scatoletta contenente alcuni ramoscelli di edera accompagnati da un biglietto anonimo con su scritto: "Dalla tomba di Anna Kuliscioff". Accarezzava questi modesti omaggi con incontenibile emozione e li custodiva poi religiosamente.
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Scrupoloso fino all'inverosimile, di ogni atto amava rendersi conto fin nei pi minuti particolari. Ci sono alcune sue memorie in difesa di rifugiati politici, che sono dei piccoli capolavori di umanit e di giurisprudenza. Non concepiva l'improvvisazione e se doveva pronunziare un discorso si sottoponeva ad una preparazione che ci appariva tormentosa. Gli ripugnava ripetersi ed ironizzava quei conferenzieri di professione che, "come dei commedianti, vanno in giro a ripetere cento volte la stessa conferenza". Aveva commemorato ripetutamente Giacomo Matteotti, ma quando veniva invitato a parlare del giovane Martire, sentiva la necessit di raccogliersi in se stesso per parecchie ore onde poter dire qualcosa di nuovo o di diverso di quanto aveva detto precedentemente.
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Spesso, in famiglia, ci intratteneva sulla sua vita passata e sulle vicende politiche italiane dell'ultimo cinquantennio, con una precisione di giudizi ed una elevatezza di forma che ci procuravano un vero godimento. Sarebbe bastato stenografare quanto diceva per trarne pagine di storia stupende. Uomini e fatti venivano rievocati con una chiarezza di linee e di contorni che davano la sensazione di essere presenti e rivissuti. Purtroppo non riuscimmo mai a indurlo a scrivere o a dettare le sue memorie. "No, no, - diceva - non amo guardar indietro. Mi parrebbe di scrivere il mio atto di morte... Meglio guardar avanti e lavorare". E fin quando ebbe fiato, lavor per la causa della libert e del socialismo.
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Due giorni prima di morire mi chiese febbrilmente conto dell'andamento della Concentrazione. Quattro ore prima di spirare mi prese una mano fra le sue e guardandomi negli occhi, che a stento trattenevano le lacrime, mi rivolse queste parole che furono le sue ultime: "Coraggio, Buozzi. Vedi, oggi respiro meglio di ieri. Domani andr ancor meglio e poi passer anche questa".
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Povero Grande Nostro! Affievolendosi le forze, il corpo non offriva pi resistenza al male ed Egli credeva di migliorare. Cos, mor serenamente senza che il suo volto caratteristico venisse contratto da una smorfia.  il caso di dire che il suo sensibilissimo e tormentato spirito trov la pace soltanto nelle ultime ore della vita, e nella morte. Ma chi ha vissuto vicino a Lui negli ultimi anni della sua esistenza, sente tuttora un vuoto profondo e trova un lieve conforto nella intima inobliabile soddisfazione di esser stato di qualche sollievo alla sua gloriosa vecchiaia.
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BRUNO BUOZZI
"L'Operaio italiano", Parigi, 25 marzo 1933.
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LA MONTAGNA HA PARTORITO IL TOPO.
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Dal 1930 l'Italia fascista aveva un Comitato Corporativo Centrale, ma non aveva ancora le... corporazioni. Ora la lacuna  stata colmata. Il 9 corrente il suddetto Comitato ha deliberato la costituzione di 22 corporazioni a "ciclo produttivo", che saranno composte nientepopodimeno che di 739 nuove comparse (268 delegati degli imprenditori, 268 dei lavoratori, 137 dei tecnici e 66 del Partito fascista).
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Le corporazioni dovrebbero elaborare norme per la disciplina unitaria della produzione, determinare tariffe per le prestazioni ed i servizi economici dei produttori, conciliare le controversie collettive di lavoro, ma non  proprio detto che questi modesti compiti - assai pi modesti di quelli che nell'era prefascista Giolitti voleva concedere al Consiglio Superiore del Lavoro - saranno soddisfatti. Secondo la legge, i membri delle corporazioni sono nominati dal Capo del Governo, le corporazioni non possono esercitare le loro funzioni senza l'assenso del Capo del Governo, le deliberazioni delle corporazioni sono valide soltanto se ratificate dal Capo del Governo, ed  quindi facile comprendere che la struttura tecnica delle corporazioni deliberata la settimana scorsa, non ha alcuna importanza. Se le corporazioni fossero 10 o 50, invece di 22; se i membri delle corporazioni fossero 200 o 1000, invece di 739, la cosa non cambierebbe, in quanto la baracca corporazionista funzioner soltanto quando e come piacer al Capo del Governo.
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Tuttavia un rilievo deve essere fatto sulle deliberazioni del Comitato corporativo centrale. Questo: che con esse viene rafforzata la padronanza del partito fascista sulle corporazioni, e indebolita la gi ridicola autonomia funzionale che ancora rimaneva ai sindacati.
Secondo la legge votata nel dicembre ultimo, le corporazioni avrebbero dovuto essere composte dei delegati delle associazioni collegate, e presiedute da un ministro o da un sottosegretario del partito fascista. La struttura test votata modifica la legge prima ancora che sia entrata in vigore. Essa introduce in ogni corporazione tre delegati del partito, definiti "rappresentanti degli interessi della collettivit nazionale", ed attribuisce la presidenza di ogni corporazione al ministro delle medesime, cio, a Mussolini, e la vicepresidenza a un delegato del partito.
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Come del resto era annunziato, la elaborazione della struttura delle corporazioni  stata accompagnata dalla revisione della struttura delle organizzazioni sindacali. Questa revisione  stata studiata dal Ministero delle corporazioni e sar imposta senza neppure interpellare i soci dei sindacati. Ad evitare ogni discussione inutile, il 1 gennaio di quest'anno il Governo aveva sostituito d'autorit i 13 presidenti delle confederazioni dei sindacati con 13 "commissari governativi" non legati ad alcun passato sindacale, perch potessero obbedire pi servilmente a chi li aveva nominati. Ora siamo informati che le 13 confederazioni finora esistenti saranno ridotte a 9, e che i soci delle 4 confederazioni disciolte saranno inquadrati, s'intende d'autorit, in quelle rimaste in vita. E con ci risulta ancora una volta provato che i sindacati fascisti godono del diritto di riscuotere le quote, ma non di quello di tenere le assemblee e congressi per determinare liberamente la loro struttura e le direttive da seguirsi.
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Di fronte a questo sconquasso "Il Lavoro Fascista", che dovrebbe essere l'organo dei sindacati dei lavoratori, non riesce a nascondere il suo turbamento. Da parecchi giorni difatti, esso si affanna a preparare alibi per l'avvenire ai sindacati del suo cuore.
Colla costituzione delle corporazioni, esso scrive (11 maggio), "l'organizzazione sindacale sposta i propri obbiettivi dal terreno dei rapporti di lavoro al terreno, assai pi arduo e impegnativo, della produzione. Non si tratta pi tanto (attento o lettore - N. d. r.) di affermare e difendere gli interessi degli operai, quanto di portare il lavoro alla sua funzione di soggetto dell'economia". In parole pi chiare, l'organo romano confessa che la difesa degli interessi degli operai diventa sempre pi problematica e cerca di nascondere questa verit sforzandosi di dare ad intendere che i sindacati saranno chiamati a soddisfare funzioni pi alte, mentre egli stesso sa che nelle corporazioni, quando si tratter di discutere dei problemi della produzione, i dirigenti dei cosidetti sindacati dei lavoratori saranno dei fantocci che Governo e padroni manovreranno a loro piacimento.
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Sempre allo scopo di nascondere l'impotenza che deriva ai sindacati dalla mancanza di libert, in queste ultime settimane lo stesso "Lavoro fascista" si  abbandonato a demagogiche minacce contro il capitalismo. Esso ha parlato di "sborghesizzazione dell'economia nazionale", della necessit di "situare ogni impresa individuale o anonima nell'orbita della corporazione", e di schieramento della tecnica a fianco del lavoro per arrivare "ad una vera trasformazione rivoluzionaria dell'economia".
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Ma ognuno sa, ormai, quale valore hanno queste frasi sulla bocca o sulla penna delle marionette del sindacalismo fascista. Per poter intervenire a discutere seriamente i problemi della produzione, occorre anzitutto penetrare nella azienda e conoscere l'azienda. I truffaldini che redigono il foglio sindacale romano confessarono gi, il 18 luglio 1933, che i datori di lavoro continuano a "lasciare il Sindacato ai cancelli delle officine"; e proprio in questi giorni sono costretti a polemizzare col "Resto del Carlino", il quale in nome dei datori di lavoro non concepisce neppure come sia possibile "collegare il Sindacato con l'azienda".
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 vero: la prima cellula del processo produttivo  nell'azienda, come essi riconoscono; ma a rinunciare a servirsi di questa cellula furono proprio i sindacati fascisti e il loro giornale, quando si associarono ai padroni nella idiota e nefanda impresa di distruggere le commissioni interne.
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BRUNO BUOZZI
"Il Nuovo Avanti!", Zurigo, 19 maggio 1934.
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FARE E DISFARE,  TUTTO UN LAVORARE.
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Esaminando la nuova struttura sindacale su questi soli due punti (nomina dei dirigenti e autonomia delle federazioni) si pu concludere che "il potenziamento dei sindacati" di cui si parla da tempo con tanta abbondanza, si risolver in un nuovo e pi duro asservimento.
In un primo tempo, questo sindacalismo fu misto. Poi, essendo la truffa troppo evidente, i lavoratori vennero organizzati separati dagli imprenditori e riuniti in una Confederazione unica attraverso alcune decine di federazioni. Questa confederazione, in quanto unica, riassumeva formalmente la totalit della classe lavoratrice e faceva paura anche se diretta dalla banda Rossoni, e lo sbloccamento del 1928 imposto da Mussolini dietro consiglio dei capitalisti, gi organizzati in diverse confederazioni - condusse alla costituzione di dodici confederazioni e alla umiliazione delle federazioni.
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Ora si sta procedendo ad una nuova trasformazione che non si sa ancora dove sboccher. Nelle alte sfere fasciste si teme sempre che il movimento sindacale possa creare dei grattacapi al regime e si  sempre alla ricerca di una soluzione che riesca a rendere i sindacati assolutamente innocui. Per convincersene basta leggere il discorso pronunziato dal sottosegretario Biagi al Convegno sopracitato.
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L'elaborazione corporativa - ha detto il Biagi -  stata "lunga ed appassionata". Oh s, assai lunga! La corporazione  "l'idea tipica ed originale del pensiero fascista, espressa fin dalle origini". Esatto anche questo. Per, dopo quindici anni di predicazione e dodici di regime, quest'idea "tipica" attende ancora di diventare realt concreta. E la ragione ce la spiega candidamente il Biagi confessando che bisognava evitare di creare "il predominio assoluto del padrone dell'azienda nell'azienda medesima" ed evitare - sopratutto - di "avviarsi verso un socialismo decentrato". Forse per avviarsi verso un socialismo accentrato? Mai pi! Occorreva "creare la corporazione come strumento della collaborazione" e il cammino  stato "necessariamente lungo".
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Perch? Diamine: perch il fascismo, cos svelto nel distruggere, non sapeva neppure lui cosa voleva costruire. Infatti, fino a ieri eravamo rimasti alla corporazione "come stato d'animo" e "come idea forza". Ma ora finalmente ci siamo. Il fascismo ha scoperto - non ridete - che "il Sindacato non  la Confederazione" e neppure "l'Unione provinciale". Ed allora -  sempre il sottosegretario alle corporazioni che parla - "che cosa abbiamo dovuto fare?". Semplice! "Individuare le categorie". Il regime della velocit, insomma, ha impiegato dodici anni a individuare quelle categorie che la Confederazione Generale del Lavoro aveva ottimamente individuato fin dal 1906. Ed ora il Biagi chiama fervidamente a raccolta i suoi camerati per la "costruzione sindacale corporativa che si sta attuando".
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Ma questa costruzione si attuer? Ad alimentare i nostri dubbi  proprio lo stesso sottosegretario alle corporazioni. "Eravamo proprio sinceri - egli si domanda - quando parlavamo della categoria da valorizzare, del sindacato da potenziare, o volevamo soltanto fare un certo effetto sull'animo delle masse?". Per noi la risposta non  dubbia. Insincerit e retorica sono inseparabili dal fascismo. E il Biagi lo sa a tal punto da arrivare a domandarsi ("Lavoro Fascista" del 17 luglio) se i fascisti non dovranno "assumere una diversa veste ed una diversa figura"!
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In vena di confessioni, il sottosegretario Biagi - incauto! -  arrivato a confessare melanconicamente quanto segue: "Fino ad oggi, diciamo chiaro, sincero il nostro pensiero, che cosa abbiamo fatto? Abbiamo raccolto vecchi dirigenti che avevano in cuore una bella passione e una grande esperienza; abbiamo raccolto giovani fascisti meritevoli di lavorare in questo settore" - nel settore sindacale - ma la "vita associativa" non c' stata. Il Biagi non dice il perch: diciamolo dunque noi.
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Quei vecchi dirigenti "raccolti" dal fascismo tradirono la loro passione e la loro esperienza; quei giovani di cui parla il Biagi entrarono nel movimento sindacale per servire il regime e non i lavoratori.  quindi naturale che i lavoratori, non potendo esprimere in altro modo i loro sentimenti antifascisti, si siano sfogati a coprire di disprezzo i dirigenti sindacali vecchi e giovani, ed a disertare la vita associativa.
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Il Biagi piagnucola che "bisogna condurre i lavoratori a vivere la vita del sindacato". Inutile. Il fascismo non vi riuscir mai. Perch il lavoratore sia portato a vivere la vita del sindacato, bisogna che il sindacato sia suo e libero, bisogna che i dirigenti siano liberamente scelti dai soci e non dai funzionari del Governo. Nel suo discorso il sottosegretario alle corporazioni ha confermato, per la ennesima volta, che i dirigenti sindacali devono essere "i collaboratori del Governo al centro e alla periferia", cio degli agenti del Governo per controllare i lavoratori ed impedir loro di provvedere liberamente alla difesa dei loro interessi. Il che conferma che fascismo e sindacalismo libero sono termini inconciliabili.
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BRUNO BUOZZI
"Il Nuovo Avanti!", Zurigo, 20 luglio 1934.
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UNA CONVENZIONE DA BURLA.
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Ritorniamo sulla "storica" assemblea di insediamento delle 22 corporazioni mussoliniane tenutasi a Roma, il 10 novembre, in Campidoglio, all'ombra della statua di Cesare ed Augusto. Mussolini l'ha qualificata "una assemblea rivoluzionaria che non ha precedenti per il suo carattere e i suoi obiettivi". La stampa fascista l'ha esaltata col solito apologetico linguaggio tronfio di superlativi. La stampa reazionaria e conservatrice di tutto il mondo ha commentato l'avvenimento con molta simpatia. Il corrispondente particolare del grave "Temps" - non sappiamo se inebriato dall'oratoria pirotecnica del duce o da qualche "fojetta" di biondo frascati - ha scritto addirittura di "Assemblea rivoluzionaria, specie di Convenzione fascista che segner l'inizio effettivo della prima esperienza organica destinata a risolvere (dice proprio cos!) la crisi economica, politica, sociale e morale che travaglia il mondo". Ne vale dunque la pena.
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Non  nostra intenzione di diminuire l'importanza - gi tanto modesta - dell'assemblea corporativa mussoliniana. Per quanto fuorusciti quasi incancreniti, giuriamo che se vedessimo, nell'ordinamento corporativo, uno strumento di trasformazione rivoluzionaria, non esiteremmo un istante a cospargerci il capo di cenere ed a confessare che ci siamo sbagliati. La gioia di sapere l'Italia all'avanguardia fra i paesi civili ci ripagherebbe a josa dell'umiliazione dello errore di valutazione compiuto nei riguardi del fascismo. Ma non  proprio colpa nostra se nell'assemblea corporativa non si riesce a veder nulla, assolutamente nulla di tutto ci che ci hanno descritto il duce e il corrispondente del "Temps".
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Se apriamo un vocabolario qualsiasi, leggiamo che "assemblea rivoluzionaria", e "Convenzione" significa assemblea di rappresentanti del popolo, formata eccezionalmente per "stabilire o modificare una costituzione". E non  forse fuor di luogo ricordare allo stesso corrispondente del "Temps", che la pi tipica di queste assemblee, la "Convenzione nazionale" francese del 1792, fu eletta dal popolo e fu davvero rivoluzionaria in quanto proclam la decadenza della Monarchia, l'instaurazione della Repubblica, la soppressione senza indennit dei crediti e dei diritti feudali, la ripartizione dei beni nazionali, e promulg infine una serie di leggi che nel secolo XIX servirono di modello a numerosi paesi. L'assemblea corporativa fascista, per contro, non ha n le origini, n le attribuzioni - almeno finora - di un'assemblea rivoluzionaria. Non  stata eletta dal popolo e non ha facolt di modificare la costituzione.
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I suoi componenti sono stati accuratamente scelti dal Ministero delle Corporazioni, e sono stati nominati con decreto del Capo del Governo, e pure con un semplice decreto del Capo del Governo possono essere destituiti e sostituiti. Nel seno di essa non si former quindi n una "gironda", n una "montagna". Ed  pacifico che la costituzione e le altre leggi fondamentali dello Stato verranno modificate soltanto se, come e quando piacer al re e al suo Cancelliere Mussolini.  inoltre opportuno ripetere che l'assemblea corporativa fascista non sar neppure una assemblea legislativa di tempi normali. La mozione fondamentale che Mussolini fece votare il 14 novembre 1933 dal Consiglio Nazionale delle Corporazioni "assegna, quali compiti specifici delle corporazioni, i conciliativi (fra capitale e lavoro), i consultivi e la emanazione di leggi regolatrici della attivit economica".
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Qualcuno allora si illuse, o pavent, che questa facolt di emanare leggi di carattere economico, potesse condurre a colpire a fondo il principio della propriet capitalistica. Ma le illusioni, o le paure, caddero presto. La facolt di emanare leggi  scomparsa. Su questo punto la legge corporativa votata nel gennaio di quest'anno  esplicita.
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Secondo gli articoli 8, 9, 10, la corporazione "elabora norme" per il disciplinamento dei rapporti economici, per la disciplina unitaria della produzione, "d parere" sugli accordi stipulati da associazioni collegate in una corporazione, ed "ha facolt" di stabilire tariffe per le prestazioni ed i servizi economici. Ma elaborare "norme" non significa "emanare leggi", e, d'altra parte, l'esercizio delle suddette, modestissime attribuzioni,  esso stesso assai problematico. Infatti l'art. 11 della legge stabilisce che gli accordi e le tariffe diventano obbligatori soltanto "quando siano pubblicati con decreto del Capo del Governo"; e in quanto alla elaborazione delle "norme", l'art. 8 precisa a sua volta che le corporazioni esercitano le loro funzioni "in seguito a proposta dei ministri competenti", e soltanto "con l'assenso del Capo del Governo". Cio a dire: a) che il duce potr porre il suo veto non soltanto alle decisioni, ma anche alle discussioni che non saranno di suo gradimento; b) che la assemblea corporativa, che si vuol gabellare per rivoluzionaria, non sar nulla di pi di una grande macchina tecnico-consultiva composta di 800 membri.
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Nel suo discorso, il duce si  sforzato ancora una volta di mascherare con belle frasi il vuoto della legge corporativa. "Il secolo scorso - egli ha detto - proclam l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, e fu una conquista d'importanza formidabile; il secolo fascista mantiene, anzi consolida, questo principio, ma ve ne aggiunge un altro non meno fondamentale: l'uguaglianza degli uomini di fronte al lavoro, inteso come dovere e come diritto, come gioia creatrice che deve dilatare e nobilitare l'esistenza, non mortificarla o deprimerla".
La frase  bella, e persino proudhoniana, ma pu ingannare soltanto gli imbecilli. Il principio dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, il fascismo non l'ha consolidato, ma distrutto. A questo proposito, basta ricordare che in Italia non si possono coprire cariche pubbliche, e non si pu concorrere ad impieghi retribuiti dallo Stato, se non si  muniti della tessera del Partito fascista. In quanto al come i cittadini italiani saranno messi su un piede di uguaglianza di fronte al lavoro, Mussolini non l'ha ancora detto e non lo dir. Si legga.
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"Le corporazioni non sono fine a se stesse, ma strumenti per il raggiungimento di determinati scopi". Fin qui  chiaro. Ma "quali sono questi scopi?", si domanda il duce. Semplice, risponde lo stesso duce. "All'interno una organizzazione che raccorci con gradualit e inflessibilit la distanza fra le possibilit massime e quelle minime o nulle della vita". Non vi par chiaro? Allora leggiamo pi avanti. "Oggi, 10 novembre dell'anno XIII, la grande macchina si mette in moto". A quale velocit, se  lecito? Oh! molto modesta! "Non bisogna attendersene affatto. Il miracolo non appartiene all'economia. Bisogna, quindi, prepararsi ad una fase sperimentale pi o meno lunga". Ma si pu sapere almeno in quale direzione marcer questa macchina? Mistero! Il duce non lo sa neppure lui. Io vi dico - egli dice - che "in questo secolo non si pu ammettere l'inevitabilit della miseria materiale" e che "non pu durare l'assurdo delle carestie artificiose create". Giusto, perdio. Ma non nuovo. Fourier afferm ai suoi tempi che la povert nasce dalla stessa sovrabbondanza, e Marx dimostr implacabilmente la fatalit delle crisi di sovraproduzione nel sistema capitalistico.
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Come, dunque, eliminare "la miseria materiale" rispettando questo sistema basato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo? Come evitare "l'assurdo delle carestie artificiosamente create", senza colpire alle basi questo stesso sistema? Come arrivare, insomma, alla giustizia sociale, combattendo il socialismo e servendosi di un ordinamento corporativo che considera la propriet privata sacra e inviolabile ed appena "disciplinabile?". Mussolini - ripetiamolo ancora una volta - non lo sa. Leggete quest'altra frase: "Quali svolgimenti possa avere l'ordinamento corporativo dal punto di vista della distribuzione dei beni  prematuro il dire: il nostro  un punto di partenza, non un punto d'arrivo". S: il punto di partenza di uno che si mette a camminare a caso, senza mta, e senza sapere se una mta esista.
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Ma che importa? "Molte speranze in questi tempi di universale confusione, di acuta miseria e di forte tensione politica accompagnano, e non solo in Italia, il sorgere delle corporazioni"; e tali speranze, conclude il duce, "non andranno deluse" perch si pu "contare sicuramente sulla volont e sulla fede degli uomini, ma pi ancora sulla logica dei principii, che, dal lontano 1919, guidano verso il futuro la trionfante rivoluzione delle camicie nere". Che importa, dunque, se tali uomini e tali principii hanno tolto agli italiani la libert, regalando loro in cambio una disoccupazione senza precedenti ed i salari pi bassi d'Europa?
Sperare bisogna! Poich la libert di sperare  la sola che  stata lasciata agli italiani.
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BRUNO BUOZZI
"Il Nuovo Avanti!", Zurigo, 24 novembre 1934.
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FINE.
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Note al testo.

(1) Nel giornale "La Libert", organo della Concentrazione Antifascista, del 5 febbraio 1928, si dava conto di una conferenza di Buozzi e De Ambris sul sindacalismo fascista. Qui si riproduce quale era, in merito, il pensiero di Bruno Buozzi.
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(2) Le sollecitazioni e i consigli a tornare in Italia a trattare coi fascisti, anche dati in perfetta buona fede, non mancano attorno a Buozzi, ma egli non deflette dalla sua linea di condotta, e nel febbraio del 1929 spiega in una lettera a un amico perch and in esilio, perch sono impossibili le trattative, come si pu meglio servire la patria in esilio che non entro i suoi confini; e fa delle previsioni che saranno confermate dagli eventi, per concludere affermando che senza libert non c' giustizia. La lettera venne pubblicata da "Rinascita socialista" nel numero del 10 marzo 1929.
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Il nome del destinatario, per prudenza, non veniva indicato, ma si trattava dell'ex ispettore della Confederazione Gabriele Villani. L'incaricato sollecitato da Rossoni per conto di Mussolini era il fratello di Buozzi, Antonio, che si rec appositamente a Parigi. Il testo qui riprodotto da "Rinascita socialista"  stato da noi integrato fra parentesi quadre dopo essere stato collazionato sul testo della copia dell'originale dattiloscritto conservato nelle carte Buozzi, riprodotto nell'ottimo volumetto Bruno Buozzi di Gino Castagno (Ed. Avanti!, Roma-Milano).
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(3) Olivetti - che non ha niente di comune colla famiglia di Adriano Olivetti - era segretario generale della Confederazione italiana degli industriali.
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FINE.